Biden per batterlo lo copia

E se nelle elezioni presidenziali americane del prossimo 3 novembre ad essere bocciato fosse il politico Trump ma non la politica di Trump? Trump uscirebbe di scena ma non il trumpismo.  Una eventualità paradossale ma non irreale visto che, data la situazione, è difficile credere che basti il semplice ribaltone alla Casa Bianca per guarire il colosso statunitense dalle sue interne, laceranti contraddizioni.

Una verità ignorata con presuntuosa cocciutaggine dai vertici dell’opposizione democratica che ad eccezione di Pete Buttigieg, giovane governatore d’avanguardia dell’Indiana, hanno improntato la linea di condotta all’idea che Trump anziché l’iceberg di seri, serissimi problemi fosse una pura e semplice anomalia del sistema. Archiviata la quale tutto, compreso il sereno, sarebbe tornato come prima. Al punto di far finta di non capire che il trumpismo - come invece coraggiosamente sostenuto da Buttigieg in un’intervista rilasciata mesi fa al New York Times - è espressione, contorta e contraddittoria quanto si vuole, di domande di una società in grande trasformazione che chiedono di essere se non risolti almeno capiti.

In politica, però, quello che non si capisce in tempo si paga. Spesso a caro prezzo. Prova ne è il fatto che in base alle più recenti indiscrezioni sembra che ad agosto alla convention del suo partito Joe Biden, smentendo la faciloneria derisoria fin qui usata nei confronti dell’America First di Trump, proporrà come soluzione dei problemi un gigantesco piano basato sul Buy American. Una scelta confermata dalla sua super manager elettorale Kate Bedingfield che ad Axios ha confessato “Trump has had for four years to put in place Buy American policies, and he’s failed to do so, Joe Biden’will do it on day one”. Niente di male, salvo dover spiegare la coerenza di una linea di questo tipo e (altro titolo programmatico) riposizionare gli Usa alla testa della collaborazione globalista tanto invisa al biondo miliardario newyorkese. Un ossimoro politico che fa il paio con il “protezionismo progressista” recentemente invocato per l’Europa dall’ingegnoso politologo bulgaro Ivan Krastev. Ma non basta.

Sfogliando vecchi appunti è tornato alla luce un “furente” articolo pubblicato dal Washington Post (pensate un po') il 30 gennaio del 2017 con il titolo Our history shows there’e a dark side to Buy America che dice: "Il programma di Trump Buy American anche se suona bene in realtà è la replica di precedenti programmi fondamentalmente razzisti, soprattutto nei confronti degli asiatici e degli americani di origine asiatica….Buy American presuppone un’economia nella quale i lavoratori americani sono contro quelli di altri paesi considerati alla stregua di nemici”. Tirate di questo genere saranno riservate anche al Buy American dei fan dell’Asinello?