Biden si gioca la credibilità sul confine messicano

Sull’immigrazione Biden deve cambiare molto e subito. Se vuole ristabilire l’ordine ai confini meridionali del paese. E bloccare quella che con il passare dei giorni si configura sempre più come una vera e propria invasione da parte non più di decine, ma di centinaia di migliaia di messicani e centro-americani. Basta leggere i dati appena resi noti a Washington dai servizi dell’immigration. Secondo i quali a marzo scorso sono stati fermati al confine 170 mila adulti (con un incremento del 70% rispetto a quelli del mese precedente); 20 mila minori (+ 50% ) e 53mila gruppi familiari rispetto ai 12.250 di febbraio. Un aumento che nel caso di questi ultimi si spiega con la decisione stabilita per legge dal governo messicano di non accogliere, come invece avveniva fino a pochi mesi fa, le famiglie con bambini piccoli respinte dalle autorità statunitensi.

Una situazione che, visti i numeri, sarebbe per l’ex vice di Obama peggio di un suicidio politico pensare di fronteggiare con le promesse e le buone intenzioni. Privando la giovane amministrazione democratica della credibilità e dell’autorevolezza richieste per attuare il programma di riforme annunciate all’atto del suo insediamento alla Casa Bianca. Infatti secondo il Migration Policy Institute di Washington, filo-democratico da sempre: “Biden per assicurarsi il difficile ma decisivo appoggio del Congresso alle tanto attese riforme dell’immigrazione deve riuscire là dove Obama e Trump hanno fallito: dimostrare agli alleati stranieri ed agli elettori americani di voler seriamente difendere i confini”.

Una strada obbligata ma difficile. Obbligata perché se sull’immigrazione non cambiano le cose i democratici rischiano nelle elezioni di midterm del prossimo anno di consentire ai repubblicani di riguadagnare la maggioranza parlamentare perduta con la plebiscitaria vittoria di Biden alle presidenziali 2020. Ma difficile perché per Joe di Scranton, come lo chiamano scherzosamente gli amici, l’unico modo per riguadagnare il controllo dei confini è rompere con l’intransigente ortodossia aperturista della sinistra del suo partito. Su due punti in particolare: le insensate procedure in essere che regolano la concessione del diritto di asilo ed i vincoli sulle classi di età, resi obsoleti dal tempo, contenuti dal Trafficking Victims Protection Reauthotization Act varato nel 1980 da George Bush.

Nel caso delle prime, pur sapendo che l’opposizione di importanti settori del suo partito sarà, a dir poco feroce, avere l’umiltà di ammettere che quanto previsto dal famoso Remain in Mexico a suo tempo imposto da Trump meritava certo di essere migliorato ma non cancellato. Un errore, sia detto qui per inciso, causato da un cieco furore iconoclasta non dissimile da quello che aveva spinto Trump a fare tabula rasa di tutti i precedenti provvedimenti sull’immigrazione solo perché figli di Obama. Con l’aggravante che Biden, stando a quanto racconta in un recente articolo l’ex collaboratrice di Obama Cecilia Munoz, in qualità di vice aveva a suo tempo condiviso lo sforzo dell’allora Presidente di iniziare a modificare le procedure dell’asilo. Stabilendo come primo passo, in base ad una logica che anticipava di anni quella del Remain in Mexico di Trump, che le domande di asilo dei minori anzichè negli USA andavano presentate ed esaminate nel paese di partenza. Questo perché: “la risposta ai problemi dell’America Centrale non può essere quella di consentire a tutti i bisognosi di venire negli USA”.

La verità è che oggi le politiche dell’asilo, per come sono,  rappresentano un cavallo di Troia delle moderne politiche dell’immigrazione. Infatti, segnalava nel luglio 2019 David Frum con un brillante articolo di Atlantic: “The asylum system is profoundly broken, and the only way to make it work is to begin with fundamental questions. If poverty, unemployment, crime, spousal abuse, and other non-state-imposed forms of human suffering justify an asylum claim, then at least 2 billion people on Earth are eligible if they can make it over the border”.

Ma oltre all’asilo è bene che Biden metta rapidamente mano anche alla questione dei minori stranieri non accompagnati che a migliaia cercano ogni giorno di attraversare la frontiera del Norte. Per almeno due ragioni.

La prima, alla quale i dati a nostra disposizione non consentono purtroppo di dare risposta, riguarda i bambini intercettati alla frontiera dalla polizia americana e che hanno commosso il mondo. I quali, secondo quanto messo in luce da numerose inchieste giornalistiche, vengono affidati da zii o nonni nelle mani di pericolosi trafficanti messicani solo con l’obbiettivo di raggiungere, dopo anni di lontananza, i genitori che vivono e lavorano come clandestini nel paese a stelle e strisce. Nel qual caso non si capisce il motivo per il quale l’amministrazione Biden, in deroga alle norme in vigore, non proceda immediatamente al varo di un programma che consenta il ricongiungimento familiare dei minori anche con i genitori non in regola con i documenti di soggiorno. Una mossa che impedirebbe al vorace mercato dei coyotes di speculare su un diritto per tanti minori oggi non esigibile sul piano legale ma largamente dovuto su quello morale.

La seconda riguarda invece i 16 e 17enni. Che in base alle più accreditate fonti statistiche rappresentano più del 50% dei cosiddetti minori stranieri non accompagnati quotidianamente intercettati dagli agenti di confine statunitensi. E che secondo una legge vecchia di quarant’anni hanno diritto ad una protezione come se fossero bimbi e non già giovani adulti in età ed in cerca di lavoro. Se non addirittura, come maliziosamente ipotizzato da qualcuno, membri di bande criminali sconfitte che con la fuga oltre confine e la protezione garantita dai cop federali cercano di salvare la pelle dalla feroce vendetta loro promessa dai bossi vincenti della nuova malavita.

Di qui il senso della proposta avanzata dal deputato democratico del Texas Filemon Vela: "L’unico approccio logico a questo tipo di situazione è quello di rimandare i più grandicelli a casa prevedendo, al contempo, di finanziare un specifico programma di presa in carico da parte delle Nazioni Unite al momento del loro ritorno". La verità, secondo l’analista del Migration Policy Institute Sara Pierce, è che: “Il confine settentrionale del Messico non è un luogo accogliente per giovanotti di 16 o 17 anni”.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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