C’è del metodo nella follia terrorista

Non la chiami strage ma attentato terroristico”. Esordisce così da Bruxelles Marco Martiniello, Professore di sociologia dell’immigrazione all’Università di Liegi, quando lo contatto al telefono per capire perché venerdì scorso, in diretta Facebook, il suprematista bianco, ventottenne, australiano, Brenton Tarrant abbia ucciso 49 persone in un duplice attacco alle moschee di Christchurch in Nuova Zelanda.

Secondo il docente belga di origine italiana, infatti, a turbare la pace di un paese che di solito fa notizia per i suoi paesaggi, il rugby e la vela, non è stato il gesto di uno squilibrato. Ma, al contrario, la mente lucida di un uomo con un preciso progetto politico, questo sì folle. Che, costi quel che costi, vuole difendere l’uomo bianco dalla minaccia dei neri o dei musulmani. Ecco perché – continua il Prof. Martiniello – il tragico weekend neozelandese “non ricorda le tante stragi di massa firmate da isolati psicopatici che hanno riempito la cronaca nera USA. Ma gli attentati terroristici che in mezzo mondo, in nome delle più svariate ideologie, seminano paura e morte”.

Ci troviamo, dunque, di fronte a un vero e proprio terrorista di estrema destra appartenente in qualche modo a una sorta di nuova internazionale, sia pur non organizzata, di suprematisti bianchi rafforzati dall'avanzata al di là e al di qua dell’Atlantico di leader politici sommariamente definiti populisti?

"Sì. Intendiamoci, queste forme di estremismo hanno origini assai antiche. Sono sempre esistite nel sotto bosco della nostra quotidianità. Ma oggi sono rafforzate da almeno tre fattori.

Il primo è il diffuso malcontento dell’opinione pubblica occidentale nei confronti dell’immigrazione, che è stato incoraggiato dai leader politici populisti e nazionalisti per motivi elettorali ed ideologici .

Il secondo è il terrorismo islamista, un alleato obiettivo dell'estrema destra, che dalle Torri Gemelle in poi ha minacciato la pax sociale dell’Occidente.

Il terzo si chiama internet. Anzi, social network. Che, come già accaduto con gli islamisti dell’Isis , hanno consentito a quella che fino ieri era una frammentata galassia di estremisti di destra, di globalizzarsi. Mettersi in rete. Diventare comunità. Sotto la regia di soggetti culturalmente attrezzati che con il loro sapere rafforzano le convinzioni dei nuovi soldati suprematisti come Brenton Tarrant. Che, non a caso, nel suo manifesto di 86 pagine cita fatti storici (dalla guerra di Lepanto a quella di Poitiers) e sfide odierne (crisi demografica dell’Occidente) raccolti presumibilmente dalla propria community online. Alla quale, peraltro, ha voluto dare testimonianza del suo gesto, attrezzandosi, prima dell’attentato, oltre che di micidiali armi automatiche, anche di una mini-telecamera che gli ha consentito di rilanciare la carneficina in presa diretta su Facebook".

Qual è, allora, l’antidoto all’odio che produce a livello globale questo scontro che sembra delinearsi tra estremismo islamista e quello bianco-cristiano?

"I governi possono fare tanto, a partire dall’educazione delle nuove generazioni che non hanno vissuto e spesso neanche studiato i drammi del Novecento. Ma tutto questo potrebbe rivelarsi inutile se i big dei social network continuano a non fare la loro parte. Non è francamente accettabile che Brenton Tarrant sia riuscito, indisturbato a fare una diretta Facebook di venti minuti per pubblicizzare i macabri dettagli del suo attentato".