Cervelli in fuga più dalla Germania che dall’Italia

In Italia, passato di moda il piagnisteo sull’immigrazione è tornato in auge quello sull’emigrazione. Con politici e giornalisti impegnati a chi strilla di più per denunciare la dolorosa perdita di tanti nostri cervelli costretti ad andare a guadagnare il pane in terre lontane. E sui danni che i loro viaggi senza biglietto di ritorno arrecano alle casse del Bel Paese. Che oggi, anziché braccia come nel suo lontanissimo passato, spingerebbe ad emigrare i suoi figli più istruiti e professionalmente qualificati. Ma è proprio vero che l’Italia sta tornando indietro e che la sua moderna emigrazione ha cause e, soprattutto, effetti simili a quella che fu?

La risposta è no perché, come suggerisce il rapporto stilato nel 2015 dal TransatlanticCouncil on Migration: se la mobilità diventa la normalità, i paesi industrializzati e quelli che lo stanno diventando hanno l’obbligo di ripensare il modo di vedere l’emigrazione dei loro cervelli. Tanto è vero che scorrendo i dati pubblicati a marzo di quest’anno da Eurostat vediamo che, in assoluto, i tassi di emigrazione più elevati sono  appannaggio delle nazioni europee più ricche. E che quelli italiani, nel 2015 come nel 2014, sono di molte lunghezze inferiori a quelli tedeschi, spagnoli, inglesi e francesi. A dimostrazione del fatto che nel moderno Occidente industrializzato l’emigrazione non è , come un tempo, solo e soltanto figlia dell’arretratezza. Ma della libertà di circolazione che consente agli uomini, così come alle merci ed ai capitali, di cogliere le opportunità offerte dal mercato. Che, in generale, premiano i talenti ed i più qualificati. Ma non basta.

Visto che, se facciamo parlare i dati, veniamo anche a sapere che, al contrario di quello che molti pensano e ripetono, l’emigrazione aumenta quando l’economia va meglio non quando va peggio. Una regola confermata anche dal numero delle partenze dall’Italia. Schizzate, dalle 80mila medie degli anni bui della recessione, a 123.735 nel 2013, 136.328 nel 2014 fino a sfiorare le 150mila nel 2015.Un quadro di novità perfettamente fotografatodal grande Nobel dell’economia Amartya Sen che parlando della sua India anni fa scriveva: “Se una volta gli emigrati indiani svolgevano solo lavori modesti, oggi la situazione è diversa. Si tratta, infatti, di ricercatori e di persone assunte per dirigere reparti tecnici che, quando tornano, hanno acquisito notevoli competenze dirigenziali oltre ad aver raggiunto un livello tecnico eccellente. E questo non può che giovare alle attività economiche nazionali…la fuga dei cervelli non mi è mai sembrato un grave problema, perché ha aspetti positivi e non solo negativi”.

Ma se tutto ciò ancora non bastasse per convincere le nostre Cassandre che l’emigrazione della “nostra meglio gioventù” non è foriera dei mali da loro vaticinati, vorremmo suggerire loro di prendere in conto il positivo apporto che gli emigrati danno con le rimesse, culturali oltre che economiche, allo sviluppo del nostro paese.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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