Che fare per i profughi visto che Ginevra non funziona più

La Convenzione di Ginevra sui rifugiati ormai funziona come una vera e propria lotteria del diritto d’asilo. Più che le norme internazionali, infatti, è ormai il caso che detta tempi e modi della concessione dello status di profugo nei paesi che nel 1951 sottoscrissero nell’omonima cittadina svizzera quell’accordo internazionale.

A denunciare questa anomalia che mette a repentaglio l’incolumità di molti soggetti vulnerabili è un dettagliato reportage di Matt Katz appena pubblicato dall’autorevole rivista americana The Atlantic. Che per offrire ai lettori un esempio concreto di come la Convenzione di Ginevra faccia acqua da tutte le parti, dà voce e conto della sorte che spetta ai fortunati che riescono a fuggire dalla gravissima, e dimenticata, guerra civile tra anglofoni e francofoni in Camerun. Si scopre così che per i richiedenti asilo camerunensi la probabilità di ottenere all’estero lo status rifugiato dipende più dalla porta alla quale bussano che alle condizioni oggettive nelle quali si trovano.

Facile, ad esempio, essere accolti in Svezia, molto più complicato in Giappone. Visto che Tokyo, in media, ogni anno accoglie non più di 20 richieste di asilo. Al punto di dire no persino ai siriani che rientrano senza ombra di dubbio nella definizione di rifugiato della Convenzione di Ginevra: “un individuo che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino”.

Sono due le ragioni che spiegano la profonda divergenza che a livello internazionale regna sull’interpretazione di chi risponde alla suddetta definizione.

La prima: molti governi, vista il vento anti-immigrazione che tira, giocano sui cavilli burocratici per rigettare e negare le domande d’asilo. Come fa, ad esempio, una donna fuggita di nascosto e senza documenti di identità, a dimostrare di essere stata abusata in patria perché appartenente a un determinata minoranza etnica? E, allo stesso tempo, come fanno i governi a smascherare chi si presenta come rifugiato ma tale non è?

La seconda: la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto il suo tempo. Quando fu firmata, infatti, il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato in cui era nato. Dal quale doveva essere protetto. Oggi non è sempre così. Perché al netto di chi fugge dalla guerra (es. i siriani), sono emerse nuove categorie di potenziali rifugiati che mezzo secolo fa nessuno considerava come tali. Dai perseguitati per il loro orientamento sessuale a quelli che subiscono le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici, fino ad arrivare alle vittime di violenze domestiche o private. Di questo universo mondo è, forse, ora di parlare.