Chi sa tutto sull’immigrazione deve studiare il Giappone

Sull’immigrazione come fenomeno economico-sociale si danno spesso per assolute e scontate spiegazioni che, invece, potrebbero non esserlo. Tipo quella che, ad esempio, ritiene che essa sia l’unica, possibile soluzione alle esigenze produttive di paesi il cui intenso sviluppo rischia di essere penalizzato dalla scarsa e perciò insufficiente offerta di forze di lavoro nazionali. Che obbliga le imprese, pena il rallentamento dell’attività e la perdita di quote di mercato, ad usare l’immigrazione come l’unica soluzione possibile per disporre di manodopera altrimenti introvabile.

Una spiegazione en économique a cui se ne accompagna un’altra di tipo demografico. Perché, così si dice, l’immigrazione è una necessità imposta non solo dalla carenza di braccia ma anche da quella delle nascite. Cui i ricchi e sempre più vecchi paesi dell’Occidente industrializzato possono fare fronte aprendosi ad un esercito di giovani stranieri tanto volenterosi quanto prolifici. Tutto normale, dunque. Salvo però accorgersi che le cose non vanno sempre e comunque così.

Come dimostra il caso del Giappone dove, nonostante gli imprenditori non sappiano a che santo rivolgersi per trovare nuovi dipendenti in un mercato del lavoro con un’occupazione non in piena ma pienissima. Per avere la misura della quale vale la pena ricordare che, nonostante a Tokyo e dintorni la popolazione sia, in media, la più anziana del Pianeta e la crescita del prodotto lordo interno talmente sostenuta da aver fatto sprofondare il tasso della disoccupazione al 2,5% (più in basso del 3% di quello americano vantato come un record dal presidente Trump) da quelle parti di immigrati è difficile vedere persino l’ombra. E quando nell’ottobre dello scorso anno il primo ministro Shinzo Abe, per cercare di andare incontro alle pressanti richieste delle associazioni imprenditoriali, ha proposto di aprire non una porta ma poco più di uno spioncino all’arrivo di immigrati, nel paese c’è stata una mezza rivolta. Obbligando politici e datori di lavoro a fare marcia indietro e assicurare che il Giappone, a differenza di quanto avviene nella stragrande maggioranza degli altri paesi del ricco mondo industrializzato, non ha bisogno di ricorrere all’immigrazione su larga scala per proseguire nelle sue invidiabili performance di mercato.

Un caso che forse proprio per la sua singolarità suggerisce qualche spunto di riflessione. Non fosse altro perchè, spiega un interessante reportage di metà maggio del Financial Times dal titolo “Japan employers struggle to fill jobs”, oltre all’immigrazione l’economia del paese del Sol Levante presenta anche un’altra singolare anomalia. Visto che pur se il suo mercato del lavoro ha da tempo raschiato il fondo del barile non si manifestano, come in questi casi normalmente avviene nelle economie di mercato, richieste sindacali di aumenti salariali né spinte all’insù dei prezzi. Insomma, al netto delle tante, indiscutibili peculiarità, il caso giapponese aiuta a chiarire che l’immigrazione più che dalle regole dello sviluppo economico e della demografia dipende, fondamentalmente, dalle scelte della politica e, con essa, della società. In sé nè giuste né sbagliate ma, come premeva segnalare, neppure in assoluto obbligate.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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