Per un pugno di voti

Dire no, in via preventiva ed assoluta, alla possibilità che i figli degli immigrati, nati in Italia, possano diventare nostri concittadini di diritto e non solo di fatto, è come volere fermare l’acqua pendente. Un niet faticoso, costoso e, soprattutto, inutile. Tanto più se pronunciato dai più tenaci e testardi paladini della riforma costituzionale che, da pochi anni, ha introdotto l’accesso automatico alla cittadinanza del Bel Paese per i lontani discendenti della vecchia emigrazione italiana all’estero. Che da noi non hanno mai pagato le tasse, non hanno fatto il servizio militare quando era obbligatorio e, nella stragrande maggioranza dei casi, non parlano più neppure la nostra lingua. Condizioni opposte a quelle dei piccoli delle famiglie immigrate che, con quelli italiani, condividono i banchi di scuola, tifano per la stessa squadra, parlano, molti a fatica, lo stesso idioma e, soprattutto, vivranno qui il loro futuro. Un rifiuto che fa a pugni con la storia e che il tempo, dunque, si incaricherà di giustiziare. Ma poiché nella vita di un paese non è indifferente se una riforma si fa prima o dopo, anche nel caso in questione più che alzare la voce è fondamentale riuscire a decifrare argomenti ed obbiettivi di una chiusura all’apparenza puramente e semplicemente irragionevole. Come testimoniano le argomentazioni, per molti aspetti illuminanti, usate dall’on. Bricolo, capo gruppo dei deputati della Lega, per motivare il no del suo partito: si comincia con il diritto di cittadinanza ai figli degli immigrati ma il vero obbiettivo è quello del voto loro ai genitori. Non usa le parole brutali della xenofobia razzista d’antan. Ma allude. Evocando scenari tanto futuribili quanto minacciosi. Sta qui la novità del messaggio. Sapendo bene l’”inspendibilità” politica, anche tra i più oltranzisti militanti della sua parte, di una pura e semplice negazione etnica alla parità di diritti,  usa, invece,  una retorica argomentativa tipica del neopopulismo contemporaneo. Che consiste nell’uso subliminale della paura legata all’ingombrante fantasma dell’immigrazione per catturare il consenso “irrazionale” dei settori economicamente e culturalmente meno protetti della popolazione. Uno spazio sociale che gli amici degli immigrati non possono, però, continuare a snobbare e lasciare in mano ai loro avversari.