Come impedire l’ennesima sanatoria dei clandestini

Quando un clandestino mette piede sul nostro territorio - amava ripetere un poliziotto della vecchia scuola - ha già vinto 1 a 0. Verità alla quale, visto il record di 181 mila arrivi in Italia nel 2016, non possiamo rassegnarci. Soprattutto se l’Agenzia Europea per il Controllo delle Frontiere Esterne ci dice che i più non sono richiedenti asilo ma immigrati illegali. Non fuggono dai tre più grandi conflitti internazionali degli ultimi anni (Afghanistan, Siria e Iraq). Ma dall’Africa Occidentale.

Una situazione resa esplosiva agli occhi dell’opinione pubblica dagli sbarchi a getto continuo. Di fronte ai quali continuare a fare spallucce è da irresponsabili. La tattica di farli entrare come fantasmi, senza identificarli, lasciarli liberi di andare in maggioranza in Nord Europa, tenersene una minoranza in nero per poi regolarizzarla, è spuntata. I numeri sono troppi alti. Il 2017 chiede all’Italia un salto di qualità. Anzi di responsabilità. Su tre punti.

Il primo, ammettere che una parte dei nuovi arrivati non sono rifugiati, ma immigrati economici entrati illegalmente in Italia. Andrebbero rimpatriati e andavano respinti in partenza. Ragioniamo sul come, non sul perché.

Il secondo, cedere all’UE più competenze sull’immigrazione. Se il numero di arrivi in Grecia è sceso da quasi 1 milione del 2015 ai 173 mila del 2016 è grazie all’accordo raggiunto nella primavera dello scorso anno proprio dall’Unione Europea con la Turchia pagata per fare da buttafuori del Vecchio Continente. Se Federica Mogherini, Alto Rappresentante Europeo per la politica estera, negoziasse, al posto dei singoli ministri degli Interni, gli accordi di riammissione dei clandestini coi paesi d’origine, sarebbe forse più semplice trovare intese coi vicini della ponda Sud del Mediterraneo. Lo stesso vale per i rimpatri. Affidarne l’onere a Bruxelles consentirebbe di risparmiare costi economici, ma anche sociali, visto che si tratta di operazioni mediaticamente spinose e delicate. Per questo è una buona notizia la neonata formazione in seno a Frontex di un vasto pool di funzionari esperti per realizzare operazioni di rimpatrio europee.

Il terzo, prendere atto che offriamo pochi e vetusti canali per entrare e lavorare legalmente nel nostro paese. Nell’era dell’online e del just in time, affidarsi a un decreto flussi annuale per stabilire, con quote fisse, quanti immigrati da impiegare in determinati settori occupazionali, è fuori dal tempo. Utile solo a far riemergere, sanandoli, i clandestini impiegati per anni e anni nel lavoro sommerso. È vero che abbiamo bisogno di braccia per assistere i tanti anziani e rimpiazzare i nostri pochi giovani, ma non è chiaro perché, come sostiene la Santa Alleanza della sanatoria, dovremmo rivolgerci al mercato nero.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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