Con il modello Lifeline si riforma Dublino

In fondo al tunnel dell’immigrazione europea, forse, c’è una luce. Che se leggiamo tra le righe le controverse conclusioni dell’ultimo Consiglio UE, la vediamo con il modello Lifeline. Il nome della nave Ong che alla vigilia del Summit di Bruxelles di qualche settimana fa è stata accolta da Malta, dopo giorni di scaricabarile con l’Italia, con un preventivo impegno - cosa mai successa prima - da parte di otto stati europei (Belgio, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda e Portogallo) di condividere il carico di disperati a bordo.

Una sorta di solidarietà à la carte che è, forse, la via maestra per una riforma delle politiche migratorie e dell’asilo europee. Perché l’accordo minimo tra un gruppo ristretto di Stati alla base del modello Lifeline è l’opposto di quello che potrebbe sembrare: un punto di forza, e non di debolezza.

A confermarlo è la storia dell’UE, fatta di grandi conquiste ottenute a piccoli passi.

Si pensi, solo per fare un esempio, agli accordi di Schengen che hanno abbattuto le frontiere interne al Vecchio Continente. A firmarli nell’omonima cittadina lussemburghese il 14 giugno 1985 furono appena cinque stati: Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Olanda. A 33 anni dalla sua nascita, lo spazio Schengen permette di viaggiare senza passaporto, né altre restrizioni, in 26 paesi (di cui 4 extra UE) con oltre 400 milioni di abitanti. Una vera e propria rivoluzione che, con molta probabilità, non si sarebbe mai realizzata se gli attuali firmatari si fossero seduti intorno a un tavolo per deciderne, all’unanimità, tempi e modi.

Un modus operandi, i tecnici la chiamano cooperazione rafforzata o semplicemente a più velocità, che rappresenterebbe oggi una formidabile mossa del cavallo, capace di sparigliare i giochi al tavolo delle trattive sull’immigrazione in Europa. Che da oltre quattro anni sono al palo, causa i veti incrociati tra Nord e Sud Europa. Con i paesi dell’Est che tifano affinché tutto vada a rotoli.

Ecco perché gli otto stati che con Malta hanno sbloccato il caso Lifeline, potrebbero adesso fare un ulteriore passettino avanti. Sperimentando a loro interno, ad esempio, (il consiglio arriva dalle colonne di Le Monde), un regime comune dell’asilo che, step by step, potrebbero coinvolgere il resto degli stati europei. Non è il massimo, ma è meglio di niente.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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