Con IRINI l’Europa ne fa un’altra delle sue

Neanche il micidiale COVID-19 scalfisce i vecchi vizi dell’UE sull’immigrazione. Avanziamo divisi sull’uno e sull’altro fronte, spediti verso il baratro. L’ultima conferma, ma solo in ordine di tempo, è arrivata qualche giorno fa dalla presentazione di IRINI. Questo l’appellativo della nuova missione europea per il pattugliamento militare del Mediterraneo ed il contrasto dei traffici clandestini nelle acque libiche. Che nella forma e nella sostanza è la perfetta sintesi delle lacerazioni e delle indecisioni dei 27 su entrambi i temi.

Partiamo dalla forma. La notizia del varo di questa nuova iniziativa militare è passata sotto traccia. Fatta eccezione per gli addetti ai lavori, l’opinione pubblica del Vecchio Continente è stata debitamente tenuta all’oscuro. Si dirà che in queste ore siamo tutti sintonizzati sul virus e i disastri che causa. Vero, ma fino a un certo punto. Il sospetto, corroborato da una prassi consolidata negli anni, è che anche questa volta i partner UE abbiano preferito tacere ai cittadini di aver preso un sia pur blando e scarsamente finanziato impegno comune per la gestione di ciò che accade a un passo da casa nostra. La ratio che ormai da decenni accomuna le cancellerie di mezza Europa è sempre la stessa: alzare la voce per dissentire, abbassarla quando si trova un accordo. Ciò nel timore che i rispettivi elettorati vedano di cattivo occhio l’allocazione di risorse nazionali a favore di cause comunitarie distanti dalla loro quotidianità. Ai leader UE sfugge, tuttavia, che questo modus operandi è la retta via per trasformare persino il più inossidabile cittadino europeista in un rancoroso euroscettico, convinto che a Bruxelles, oltre a sprecare il denaro dei contribuenti, non si faccia niente.

Passando dalla forma alla sostanza il risultato non cambia. Perché persino il più euro-entusiasta degli abitanti UE se fosse stato adeguatamente informato del varo di IRINI avrebbe reagito con un mix di frustrazione e rabbia. Perche? E’ presto detto. Questa neonata missione militare dall’altisonante nome che in greco vuol dire pace prende il posto di Sophia varata nel 2015. Ma a differenza di quella precedente non avrà più come compito quello di contrastare il traffico di esseri umani sul canale italo-libico del Mediterraneo Centrale. Ma quello del commercio clandestino di armi verso le fazioni libiche in guerra tra loro. Ragione per la quale l’area dei pattugliamenti riguarderà principalmente le coste orientali del paese nord africano. Il salvataggio degli immigrati in mare non rientra nel mandato della nuova missione. Ma c’è di più. Se una delle navi appartenenti al convoglio IRINI dovesse casualmente incrociare un natante con immigrati diretti clandestinamente al Nord sarà obbligata, dopo il salvataggio, a procedere al loro sbarco in Grecia (l’Italia è esclusa per via del contagio). Paese dal quale poi verrebbero redistribuiti verso altre nazioni dell’UE. Ma se questa circostanza da eccezionale dovesse diventare usuale in base all’accordo IRINI verrebbe immediatamente sospesa. Per evitare che si trasformi di fatto in un incentivo alle partenze di clandestini dal Maghreb.

Tradotto: vista la mancanza di una intesa sul se e come contrastare la gestione della pressione migratoria, soprattutto dalla Libia, i governi europei hanno spostato la loro l’attenzione su un secondo problema (le armi) lasciando irrisolto il primo. Non solo. La decisione di scaricare sulla Grecia gli eventuali immigrati salvati in mare per allentare le pressioni sull’Italia in piena crisi sanitaria, rischia di scatenare tra l’Ellade e quello che una volta era il Bel Paese una guerra tra poveri.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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