Con questa legge sulla cittadinanza rischia le Olimpiadi

Se non salva un bus da un terrorista, alle Olimpiadi non ci va. Non fanno altro che ripetere questo i parenti e gli istruttori di Eduard Cristian Timbretti Gugiu, formidabile tuffatore della nostra nazionale, nato in Italia da genitori rumeni. Che nonostante il suo indiscutibile talento, rischia di perdere l’appuntamento con i giochi olimpici 2020 perché non ha la cittadinanza italiana.

La sua storia ricorda da vicino quella di Rami Shehata e Adam El Hamami che, però, a differenza di questo astro nascente del nostro nuoto, hanno, in via eccezionale appena ottenuto la cittadinanza italiana come premio per aver consentito un paio di settimana fa ai carabinieri di intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, con l’intenzione di fare una strage.

Ma la vicenda di Eduard è ancora più paradossale di quella dei due eroi nuovi cittadini grazie a uno sventato attentato. Perché secondo la legge vigente nel nostro Paese (n.91/1992) i primi, in quanto minorenni, come tutti i figli nati in Italia da genitori stranieri, avrebbero dovuto attendere il compimento della maggiore età per chiedere la cittadinanza. Lui, invece, 18 anni li ha già compiuti nel 2018. E lo scorso dicembre ha puntualmente fatto richiesta dello status civitatis dimostrando, come richiesto dalla suddetta norma, di aver risieduto, fin dalla nascita, ininterrottamente in quella che credeva fosse la sua nuova patria.

Ma allora dove sta l’inghippo?

In un codicillo, passato sotto traccia, del Decreto sicurezza approvato lo scorso ottobre dal Parlamento, su iniziativa del Ministro degli Interni Matteo Salvini. Che ha raddoppiato (da 2 a 4 anni) i già lunghissimi tempi che la Pubblica Amministrazione si prende per rispondere alle richieste di cittadinanza.

Sperando di non peccare di ottimismo, crediamo, anzi, vogliamo che anche la disavventura di Eduard, come quella di Rami e Adam, si risolva a lieto fine. Consentendogli di ottenere il passaporto tricolore in tempo per le Olimpiadi di Tokyo del prossimo anno. Ma quest’altra eccezione alla regola non risparmierà a migliaia di minori nati in Italia da genitori stranieri la doppia pena: di attendere fino alla maggiore età per sapere se è concesso loro di diventare nostri concittadini e di fare i conti con l’ulteriore balzello imposto dal decreto Salvini. Per questo viene da chiedersi se non è forse ora di mettere mano a una norma scritta 30 anni fa quando l’Italia, contrariamente oggi, non era ancora diventato una delle più importanti mete europee dell’immigrazione internazionale.

La domanda è retorica. La risposta non può che essere positiva. Semmai si può e si deve ragionare sul come. Partendo magari dal buon senso. Con due semplici ma fondamentali emendamenti alla legge n.91 del 1992.

Il primo: dimezzare il tempo previsto dall’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero residente da almeno dieci anni sul territorio della Repubblica. In questo modo sarà più facile e rapido per i genitori, e di conseguenza anche per i loro minori, diventare nuovi cittadini.

Il secondo: cancellare dall’art.4, comma 2 l’onere a carico del richiedente di dimostrare di aver vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio patrio. Non foss’altro perché lascia un’eccessiva discrezionalità burocratica. Che può spingere il funzionario di turno a negare la cittadinanza perché il soggetto interessato ha, ad esempio, passato un banale, prolungato soggiorno estivo dai nonni nel paese di origine dei genitori.

Il terzo: obbligare la PA a rispondere entro dodici mesi alle richieste di cittadinanza.

Se è vero che l’ottimo è il nemico del bene, ci si potrebbe accontentare di queste tre modifiche alla legge vigente. Poco rivoluzionarie. Ma sufficienti a rendere più semplice la vita dei tanti ragazzi che studiano e giocano con i nostri figli. Evitando, allo stesso tempo, inconcludenti, rissose barricate politiche come quelle alle quali abbiamo assistito nella scorsa legislatura. Quando lo scontro tra i paladini dello ius sanguinis e quelli dello ius soli fece perdere di vista col problema principale (la cittadinanza ai nati da genitori stranieri), un piccolo dettaglio. E, cioè, che entrambi i modelli pari sono. Sia l’uno che l’altro sono discriminatori. Perché lasciano che sia la sorte a stabilire chi può essere cittadino e chi no. Nel primo caso tutto dipende da chi nasci. Nel secondo dal dove. Ecco perché nel mondo avanzano sistemi misti che miscelano il meglio dell’uno e dell’altro.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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