Contro l’impeachment Clinton fu più abile

Sull’impeachment Trump deve guardarsi da sé stesso. E dai rischi potenzialmente insiti nella sua incrollabile sicurezza psicologica secondo cui può vincere anche senza convincere. Ragione per la quale, nonostante la difficile contingenza politica in cui si trova, usa continuamente la politica dell'immigrazione per provocare ed innervosire quella parte certamente non piccola dell’America che non lo ama. Con l’unica preoccupazione di rafforzare e rinsaldare ad ogni occasione possibile, con le parole ed i fatti, la fedeltà della sua base politica. Nella convinzione, razionale o meno poco importa, che la “protezione” di un esercito di fedelissimi composto dal 35% dell’elettorato sia sufficiente ad evitargli i guai della procedura di censura parlamentare.

Una strategia a dir poco azzardata. Che se anche alla fine darà i frutti sperati presenta però non poche debolezze. Tema sul quale vale la pena leggere l’eccellente articolo “Bill Clinton had a strategy.Trump is doing the opposite” pubblicato qualche settimana fa da David Froom sulla rivista americana Atlantic. La linea difensiva di Trump, infatti, se confrontata con quella che a suo tempo consentì a Bill Clinton di evitare l’impeachment, presenta tre serissime debolezze.

La prima: nel 1998, appena avuto sentore della “bufera” che lo stava per investire Clinton convocò alla Casa Bianca un’improvvisa conferenza stampa. Nella quale si augurò, per il bene dell’America, che la sentenza che il Senato si apprestava ad emettere nei suoi confronti fosse “reasonable, proportionate and bipartisan”. Non parlò, come invece fa di continuo l’attuale Presidente, di complotti né di oscure trame ai suoi danni.

La seconda: nei lunghi mesi dello scandalo Lewinsky l’allora inquilino della Casa Bianca anziché demonizzare gli accusatori scelse la strada del dialogo con la pubblica opinione. Rivolgendosi in particolare alla enorme ed in quel momento assai ostile platea dalle cosiddette soccer mom, le casalinghe. Riuscendo a convincerle che anche se la loro arrabbiatura era legittima, visto che il suo non era certo stato un comportamento degno di un padre di famiglia, conveniva a tutti evitare che la crisi politica compromettesse la salute, allora ottima, dell’economia. Tutt’altra musica, dunque, da quella dei velenosi tweet di cui il magnate newyorkese non sembra riuscire a fare a meno.

La terza: Clinton a pochi giorni dal voto del Senato che lo avrebbe condannato o assolto, trovò la forza ed il coraggio di lanciare contro l’Iraq la riuscitissima operazione militare Desert Fox. Che fece schizzare il suo indice di gradimento, mai sceso sotto il 60%, ad oltre il 73%. L’esatto opposto di quello riservato oggi a Trump dopo il ritiro dei marines dal confine curdo. Che da sempre mediocre nelle ultime ore sembra addirittura in caduta libera.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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