Convenzione di Dublino: forse ci siamo

In Europa sull’immigrazione si comincia, forse, a ragionare. Secondo indiscrezioni di stampa, infatti, una innovativa proposta di riforma della Convenzione di Dublino delineata in una bozza di documento elaborata dal governo tedesco dovrebbe essere discussa tra i 28 Ministri dell’Interno UE il prossimo 2 dicembre a Bruxelles. Stando ai rumors che circolano con insistenza nelle ultime ore il testo prevederebbe, superando l’attuale regola del paese di primo ingresso, l’obbligo di ridistribuire pro-quota tra gli Stati membri non solo i richiedenti asilo arrivati nei paesi di frontiera come l’Italia, ma anche gli immigrati illegali da rimpatriare.

Si tratterebbe di una prima assoluta. L’ipotesi di condividere a livello europeo l’onere dei rimpatri fino a oggi, infatti, non era mai stata neanche lontanamente ventilata. Parlarne è già una buona notizia. Un vero e proprio salto di qualità nel tentativo di promuovere una governance comune del fenomeno migratorio.

Tuttavia viene da chiedersi se in passato la ripartizione a livello europeo dei richiedenti asilo non ha funzionato, perché dovrebbe funzionare quella degli immigrati illegali da rimpatriare?

La domanda è quantomeno lecita. Soprattutto se prendiamo per buoni i suddetti boatos, in base ai quali la riforma made in Germany della Convenzione di Dublino prevedrebbe che una primissima, anche se non definitiva, valutazione delle domande di asilo avvenga in collaborazione con Frontex al momento dell’approdo. In caso di manifesta inammissibilità della richiesta di protezione, il migrante va rimpatriato col supporto della polizia di frontiera UE. Diversamente verrà redistribuito tra i 28 ai quali spetterà l’onere di una valutazione definitiva della domanda di asilo e, in caso di bocciatura, del conseguente rimpatrio.

Il problema sta tutto qua. Perché, proprio come accade oggi, anche con la nuova riforma la partita principale si giocherebbe, come abbiamo visto, sempre e comunque nello Stato di primo approdo, costretto a farsi carico di una difficile e complicata scrematura tra un eterogeneo esercito di nuovi arrivati, fra i quali separare il vero dal falso richiedente asilo è impresa ardua. Se non impossibile, quantomeno in tempi ristretti.

Come uscire da questo cul de sac?

Lo abbiamo già scritto, ma, forse, repetita iuvant. Si potrebbe, ad esempio, rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway. Secondo il quale per allentare la pressione migratoria sugli stati di frontiera ed evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Questo nel caso europeo, che vuol dire?

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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