Cosa significa apolide

Secondo la Convenzione di New York del 1954 [1] il termine apolide indica una persona che nessuno Stato considera come suo cittadino.

La condizione degli apolidi è simile a quella dei rifugiati e, come loro, devono veder riconosciuto il loro status di apolide da parte dello stato in cui vivono o dell’UNHCR attraverso una procedura che può avvenire in via amministrativa o giudiziale.

In base alle più recenti stime dell’UNHCR a livello mondiale dovrebbero essere circa 10 milioni.

Non ci sono dati precisi sulla presenza di apolidi in Italia, ma secondo l’UNHCR la maggioranza si trova all’interno delle comunità Rom provenienti dalla ex Jugoslavia, o tra persone originarie dell’ex URSS, della Palestina, del Tibet, dell’Eritrea e dell’Etiopia. Per quanto riguarda la comunità Rom, nel 2013 la Comunità di Sant’Egidio stimava che circa 15 mila discendenti di persone provenienti dalla ex Jugoslavia fossero privi di documenti e per questo potenzialmente apolidi. Il numero corrisponderebbe più o meno al 10 per cento dei Rom presenti sul territorio italiano e comprenderebbe anche giovani nati in Italia, ma privi della cittadinanza italiana. In questi casi, possono essere vari i fattori che ostacolano sia il riconoscimento della cittadinanza italiana sia lo status di apolide: tra questi la mancata registrazione delle nascite, la perdita dei documenti per i cittadini della ex Jugoslavia o il mancato rilascio del passaporto da parte dei Consolati dei paesi di origine.

Nel 2015 l’Italia ha aderito anche alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla riduzione dei casi di apolidia [2], adottata a New York nel 1961. In base a questa convenzione, gli stati contraenti sono tenuti a riconoscere come propri cittadini coloro che nascono sul proprio territorio ma che sarebbero apolidi perché non possono acquisire la cittadinanza da nessuno dei due genitori (per esempio i figli dei cittadini cubani nati in Italia).