Da Bruxelles stop alle quote senza un perché

Esattamente un anno fa, era il 4 dicembre 2017, West scriveva: “L’Unione europea pensa al superamento delle quote di ripartizione dei rifugiati tra gli Stati membri”. Ci sono voluti 365 giorni perché Bruxelles prendesse atto del fallimento, annunciando, per bocca del commissario per l’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, che “la discussione sul ricollocamento obbligatorio dei richiedenti asilo è del tutto esaurita”. Nessun obbligo, dunque, ma solidarietà che, come dicono a Bruxelles, “può arrivare in diverse forme, ma deve venire da tutti”. Una formula garbata e un po’ ipocrita per dire”scusate, abbiamo scherzato”.

Dopo oltre 2 anni di summit e discussioni, la Commissione europea prende atto, alla chetichella, dell’impasse di una questione che ha avvelenato l’europeismo e avvantaggiato il populismo. Tanto è vero che decidere oggi di voltare pagina senza riconoscere che l’errore, delle quote, era nel manico, si trasforma puramente e semplicemente in un assist per i duri del Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia). E in un colpo per i Paesi mediterranei. Perché se nel 2015 nel pieno della crisi migratoria, quando si iniziò a parlare di riformare tutto il sistema dell’Asilo, a chiedere aiuto all'Ue erano state Grecia e Italia, oggi a fare i conti con gli sbarchi è la Spagna.

Quella di Bruxelles appare una scelta dettata dalla realpolitik con la quale si spera di ottenere, nei prossimi mesi, cinque delle nove riforme in cantiere sull'immigrazione: requisiti per la protezione, condizioni di accoglienza, Agenzia Ue per l’asilo, raccolta di impronte digitali (Eurodac) e re-insediamento. Facendo finta di dimenticare l’incognita prossima ventura del voto europeo di maggio.

Grazia De Vincenzis

Giornalista con 25 anni di attività nel mondo dell’informazione cartacea, digitale e radiofonica.

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