Dagli USA un’idea sull’asilo su cui riflettere

Martedì scorso 11 settembre la Corte Suprema americana ha emesso sull’immigrazione una sentenza carica di enormi conseguenze. In primo luogo in ragione del fatto che in piena campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali e su uno dei più accesi e contestati dossier della politica interna del paese dà torto a quanto per mesi sostenuto contro il Presidente dall’opposizione democratica e da una parte della magistratura statunitensi. Semplificando, di fatto e di molto, la strada di Trump alla difficile ma agognatissima rielezione alla Casa Bianca nel 2020. Ma soprattutto perché aiuta a fare una volta per tutte chiarezza su un argomento delicatissimo qual è appunto quello dell’asilo che la crisi alla frontiera meridionale del paese ha fatto deflagrare in tutta la sua drammaticità.

Per capire di cosa stiamo parlando vale forse la pena iniziare dai numeri. Solo negli ultimi 12 mesi sulla linea di confine che separa gli Stati Uniti dal Messico gli agenti dell’immigration americana hanno fermato, mentre tentavano di entrare illegalmente nel paese, quasi mezzo milione tra adulti e bambini. Nella stragrande maggioranza provenienti dal San Salvador, Guatemala ed Honduras. Che però, una volta intercettati, sulla base di uno schema adottato fin dai tempi della presidenza Obama, in base alle norme in vigore che appunto Trump intende cambiare, dichiarandosi richiedenti asilo devono essere rilasciati dalle forze dell’ordine. E in attesa che la giustizia abbia modo e tempo di esaminare la loro richiesta spariscono nell’immenso continente nordamericano. E del suo mercato del lavoro mai sazio di braccia volonterose e a buon mercato.

Un sistema che gli studiosi del Migration Policy Institute in un’indagine sull’argomento hanno definito “ben oliato e sponsorizzato dalle gang centro americane” perché dimostratosi per loro meno rischioso e più “sicuro” rispetto a quello dell’immigrazione clandestina del passato. Quando a tentare di passare il confine senza documenti, rischiando però di morire o di essere acciuffati e rimpatriati dal Border Patrol, erano per lo più giovani maschi messicani soli e non intere famiglie come oggi.

Un meccanismo infernale nel quale i veri rifugiati funzionano da “copertura” per i tantissimi immigrati economici intenzionati a raggiungere, senza permesso, i nuclei dei loro “paesani” da tempo insediati ai quattro angoli del paese a stelle a strisce. Ma che la Casa Bianca, con il placet della Corte Suprema, ha deciso oggi di spezzare stabilendo che i centro americani intenzionati a chiedere asilo negli USA dovranno depositare le loro richieste non più al confine yankee ma nelle nazioni attraversate nella marcia di avvicinamento al Norte. Per quelli dell’Honduras e del San Salvador le nazioni delegate sono il Guatemala e il Messico, mentre per i guatemaltechi solo il secondo.

Una pillola forse per alcuni difficile da ingoiare addolcita però, come giustamente sottolineato dai supremi magistrati americani, da un principio di garanzia in base al quale coloro che avessero respinte le richieste di accoglienza nei paesi “terzi” saranno autorizzati a perorare la loro causa e difendere i loro diritti rivolgendosi direttamente all’amministrazione made in USA.