Dall’Africa scappano i ceti medi non i poveri

Si chiama Fuga in Europa (Einaudi, pagg.165) l'ultimo libro di Stephen Smith, docente di studi africani alla prestigiosa Duke University di Durham negli USA. Lo abbiamo intervistato.   

Lei sostiene che l’Africa per l’Europa non è come il Messico per gli USA. Perché?

Per almeno due ragioni. La prima: è più difficile e pericoloso attraversare il Mediterraneo che il Rio Grande. Tant’è che molti immigrati subsahariani in viaggio verso l’Europa rimangono bloccati in Nord Africa. La seconda: nel 2050 l’Europa avrà 500 milioni di abitanti contro i 2,5 miliardi dell’Africa. Mentre gli USA ne conteranno circa 325 milioni contro i 650 milioni di tutta l’America Latina.

Dalla storia dell’emigrazione messicana emergono, tuttavia, indicazioni preziose per l’Unione Europea.

Il 1975 segna l’inizio in Messico di un livello di prosperità sufficiente, per un fetta importante dei suoi 60 milioni di abitanti, a sostenere i costi di un progetto migratorio. Tant’è che da quel momento, nell’arco di un trentennio, dieci milioni di messicani sono emigrati negli Stati Uniti, dove hanno trovato lavoro e messo su famiglia. Per questo oggi sono circa 30 milioni e rappresentano il 10% della popolazione americana. Badate bene alle date, non sono casuali.

Dal 2010, invece, contrariamente a quanto sostiene Donald Trump, c’è stato un calo dell’immigrazione messicana verso gli USA. Perché l’economia del Messico (che oggi ha 120 milioni di abitanti) ha fatto un ulteriore balzo in avanti. Tale da garantire, almeno in parte, alla sua popolazione dignitose condizioni di vita e lavoro.

Oggi molti paesi africani (Ghana, Costa d’Avorio, Nigeria e Kenya), proprio come il Messico negli anni Settanta, hanno raggiunto una soglia di prosperità tale da consentire alle classi medie, che dispongono di maggiori capacità culturali ed economiche, di emigrare verso una vita migliore in Europa. È per questo che mi aspetto nei prossimi venti-trent’anni un boom di immigrati dall’Africa.

Lei sostiene che ad emigrare dall’Africa non sono le classi più povere ma quelle medie?

La migrazione ha un costo e richiede una certa comprensione e visione generale del mondo. Essere "collegati" al resto del mondo - attraverso la TV satellitare, Internet, i social media o WhatsApp - e avere i mezzi finanziari per intraprendere il viaggio. Che costa almeno 2-3 mila euro, cifra di gran lunga superiore al reddito pro-capite annuale di molti stati sub-sahariani. Quindi, piuttosto che il "più povero dei poveri", è la classe media emergente del continente che migra. Oggi, circa 150 milioni di africani dispongono di un reddito giornaliero compreso tra 5 e 20 dollari USA. Nei prossimi trent'anni, questa classe media dovrebbe quadruplicarsi.

Ma, allora, perché Bill Gates, che con la sua fondazione si batte per migliorare gli standard medici e d’istruzione dei paesi africani, sostiene che solo contribuendo all’emergere di una classe media in Africa, l’Europa potrà registrar un calo della pressione migratoria da quel continente.

Sul breve periodo ha torto. Perché l'aiuto straniero è un sussidio per la migrazione perché aiuta i paesi poveri in Africa a varcare la soglia della prosperità, a quel punto i loro abitanti hanno i mezzi per andarsene. Ma sul lungo termine Bill Gates ha ragione. Perché i paesi africani veramente sviluppati manterranno i loro abitanti che preferiranno avere successo a casa piuttosto che tentare la fortuna tra estranei.

 In assenza di una politica dell’immigrazione comune come fa l’Europa a reggere il confronto con un gigante come l’Africa?

Si confrontano due giganti: uno demografico (Africa), l’altro economico (Europa). Che con il 7% della popolazione mondiale, dispone del 25% del PIL e del 50% del Welfare globale. Anche senza una politica comune, il Vecchio Continente ha i mezzi almeno per rallentare l'afflusso di immigrati indesiderati. I 6 miliardi di euro pagati alla Turchia hanno, ad esempio, consentito di trattenere sul suolo turco più di 2,5 milioni di rifugiati. Così come gli accordi raggiunti con i signori della guerra libici hanno impedito a 700.000 immigrati africani di attraversare il Mediterraneo. Ma, naturalmente, questa non è una soluzione praticabile a lungo termine, alla luce della migrazione di massa che mi aspetto per i prossimi tre decennia. Infatti, ogni tentativo di rispondere, senza una politica di ampio respire ma soltanto con la forza e il denaro alla pressione migratoria africana è destinato a fallire. La verità è che l’immigrazione rafforzerà o seppellirà l’Europa.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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