Dalle navi quarantena ai nuovi hotspot

Le navi-quarantena anti-Covid 19 usate in questi giorni di fronte ai nostri porti per la prima accoglienza degli immigrati, potrebbero segnare, forse senza saperlo né volerlo, una sia pur involontaria svolta epocale per le politiche di asilo in Italia. Oggi le usiamo per evitare il potenziale rischio contagio tra i nuovi arrivati e le popolazioni ospitanti. Domani potrebbero essere lo strumento ideale per distinguere il luogo del riconoscimento da quello dell’accoglienza evitando i due punti dolens in queste fasi.

Il primo, la possibilità che anche chi non ha diritto d’asilo una volta messo piede sulla terraferma si dilegui nell’attesa che le autorità valutino la sua domanda, rendendone impossibile il rimpatrio.

Il secondo, la prassi di addossare alle nazioni (e ai comuni) di frontiera l’onere di gestire la pressione di migratoria dal continente africano. Visto che una volta riconosciuti gli immigrati sugli “hotspot galleggianti”, potrebbero essere redistribuiti nel resto d’Italia o, cosa auspicabile, d’Europa.

Una soluzione, quella delle navi-quarantena, pragmatica, richiesta a gran voce da uno schieramento trasversale di sindaci di frontiera per evitare il pericolo di un contagio tra i nuovi arrivati e comunità locali, come ad esempio Lampedusa, Pozzallo e Porto Empedocle. Inutile dire che anche su questa scelta di buon senso, gli autorevoli e nutriti schieramenti che dominano da decenni l’agone della politica migratoria italiana, si sono accapigliati.

Il gruppo del laissez-faire umanitario ha denunciato quella che è stata definita una quarantena politico-ideologica giustificata dall’emergenza sanitaria col solo reale obiettivo di discriminare e affibbiare l’etichetta di untori ai nuovi vulnerabili arrivati.

Il team securitario risponde che ancora una volta l’Italia spreca risorse dei contribuenti (i rumors parlano di €1,5 mln al mese per nave) per accogliere, anziché respingere chi bussa alla nostra porta.

Eppure i sindaci, di destra e di sinistra, che quotidianamente fanno i conti, non a parole, sul come gestire la ricezione dei migranti, hanno ripetuto anche oggi, durante l’audizione parlamentare al Comitato Schengen, di condividere l’opzione degli “hotspot galleggianti”. Anzi, ne chiedono di più. Una posizione, quella dei primi cittadini, che ricorda da vicino la ricetta avanzata nel 1997 dalla Commissione Onu composta da super esperti internazionali di diritto d’asilo, guidati dal Prof. James C. Hathaway.

Siamo certi che gli attenti analisti adepti dei due schieramenti di cui sopra, sappiano di cosa stiamo parlando. Tuttavia, seguendo l’antico adagio latino, lo ripetiamo perché torna sempre utile. Per consultare le conclusioni alle quali giunse il panel di studiosi delle Nazioni Unite, basta digitare su internet Making International refugee law relevant again: a proposal for collectivized and solution-oriented protection. Il documento, considerato una pietra miliare degli asylum studies contemporanei, proponeva di introdurre a livello globale una netta distinzione tra i luoghi di identificazione dei richiedenti asilo da quelli di accoglienza di coloro cui venisse riconosciuto lo status di rifugiato. Era questa, a loro avviso, l’unica via per garantire sicurezza e asilo in caso di crisi umanitarie e più in generale di elevate pressioni migratorie.

Per riassumere. Passando dalla teoria alla pratica legata all’attualità di questi giorni, le navi-quarantena rappresentano un primo, sia pur timido passettino per distinguere il luogo del soccorso e del riconoscimento da quello della vera e propria accoglienza. Un hotspot galleggiante, ad esempio, di fronte Lampedusa potrebbe consentire di quadrare il cerchio delle politiche di asilo:

1) Salvare e tutelare i nuovi arrivati.

2) Distinguere chi ha da chi non ha diritto d’asilo, trattenendo o rimpatriando i secondi.

3) Snellire la redistribuzione dei rifugiati su scala nazionale ed europea.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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