Dall’Olanda un brutto segnale per le europee

C’è poco da festeggiare davanti alla sconfitta del neopopulista Geert Wilders alle elezioni olandesi dello scorso 20 marzo. Il monito è indirizzato ai leader delle tradizionali forze politiche. Perché gli elettori chiamati alle urne per il rinnovo delle amministrazioni locali e del Senato dei Paesi Bassi, oltre ai popolari e ai socialisti, hanno bocciato il suo Partito della Libertà, ma promosso a pieni voti l’ultra-destra. Capeggiata dal semisconosciuto, Thierry Baudet che con il suo Forum per la democrazia è da oggi l’ago della bilancia del Parlamento olandese. Anti-europeo, ostile all’immigrazione, contrario alla politica di difesa dell’ambiente, è lui l’astro nascente di una neonata galassia populista europea.

Una novità sulla quale popolari e socialisti di mezza Europa farebbero bene a riflettere attentamente. Non solo perché rischiano alle prossime elezioni europee di fare i conti con un inaspettato nuovo nemico. Ma soprattutto in ragione del fatto che il voto olandese smentisce le loro speranze di trarre giovamento dall’inconcludenza finora dimostrata dai neopopulisti. Visto che l’elettorato anziché tornare indietro all’usato sicuro da loro rappresentato, sembra preferire il nuovismo anche se estremista. Magari sbagliando, non tornano indietro. Il punto sta qua.

Il caso olandese potrebbe far scuola. Per cui le due tradizionali famiglie politiche europee dovrebbero prendere atto che non bastano le scarse capacità di governo dei neopopulisti per riconquistare il potere perduto. Servono idee, fantasia e coraggio per combattere la seduzione dei nuovi capi-popolo che avanzano da una parte all’altra dell’Atlantico. Che anche se barbari pieni di mille difetti si dimostrano capaci di sfruttare al meglio le paure e le incertezze determinate dal profondo cambiamento che sta scuotendo l’Occidente.