De Michelis capì ma non fu ascoltato sull’immigrazione

Nel marzo 1991 Gianni De Michelis, che lo scorso fine settimana ci ha lasciati dopo una lunga malattia, in qualità di ministro degli esteri inaugurò a Roma la Prima Conferenza OCSE sulle Migrazioni Interrnazionali affermando: “credo che dobbiamo mettere nelle agende dei prossimi vertici mondiali in cui si parlerà su come governare la transizione del nostro pianeta tutti gli aspetti [perché] mi parrebbe come minimo miope e limitato doverci occupare dei temi dell’ambiente inteso come natura e non occuparci di quella parte dell’ecologia che è l’ecologia umana”.

Un’indicazione di straordinaria, doppia lungimirante saggezza. Perché, con un anticipo a dir poco siderale, segnalava alla governance mondiale la priorità di due questioni come l’ambiente e l’immigrazione al tempo ancora considerate di “secondo livello” rispetto a quelle classiche dello sviluppo economico e degli equilibri diplomatico-militari. Ma soprattutto in ragione del fatto che proprio l’Italia, rompendo con la dominante retorica nazionale di ex terra di emigranti, aveva il coraggio di indicare la natura globale, e perciò geo-politica, della nuova immigrazione. Il cui governo, così come si era fatto per il commercio istituendo il Gatt, andava sottratto alle competenze dei singoli governi nazionali e demandato ad un’autorità sovranazionale. Tesi sulla quale oggi, almeno sulla carta, in molti concordano ma che allora rappresentava per le cancellerie del mondo industrializzato quasi un’eresia. Al punto che in un Consiglio degli Affari Generali presieduto a Bruxelles da Jaques Delors, se la memoria non tradisce chi scrive alla fine del 1990, De Michelis fu subissato di critiche negative dai suoi colleghi stranieri semplicemente per aver proposto di affidare alla Commissione Europea uno studio sulle caratteristiche comuni dell’immigrazione nei paesi del Vecchio Continente. Che finì nel nulla nonostante l’accorata arringa con cui il nostro ministro cercò di spiegare la contraddittorietà di una politica comunitaria che si apprestava a firmare a Maastricht il suo trattato fondativo ma considerava l’immigrazione di stretta ed esclusiva pertinenza delle singole amministrazioni nazionali.

Una posizione che De Michelis, anche se sconfitto nelle stanze di palazzo Berlaymont, riuscì invece a fare passare in Italia conducendola, contro mille, recalcitranti resistenze interne ed esterne al governo ad aderire a Schengen. Spiegando ai suoi detrattori che l’Italia difficilmente avrebbe potuto avere ascolto nel suo impegno a favore dei diritti degli immigrati se non avesse avuto il coraggio di cooperare con gli altri stati nell’applicazione di una seria e severa politica di controllo delle frontiere comuni. Un tema, che a quasi trent’anni di distanza, rischia di determinare le sorti dell’Unione alle elezioni europee del prossimo 26 maggio.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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