Dopo il Covid-19 globalizzazione e immigrazione divergono

Le rimesse degli immigrati sono destinate a pagare un prezzo assai elevato alla disastrosa recessione economica innescata su scala globale dalla pandemia Covid19. Con conseguenze ben più serie e complicate di quelle legate ad un semplice anche se doloroso collateral damage della guerra in atto sui mercati. Per la semplice ragione, come spiegava con un titolo di quattro parole -“Economic Freeze cuts Remittances”- un articolo pubblicato dal New York Times la scorsa settimana, che a causa dei colossali tagli dell’occupazione a livello mondiale gli immigrati che vivono e lavorano all’estero nei mesi a venire non saranno in grado, come in passato, di spedire in patria parte dei loro guadagni. Prosciugando, con percentuali che secondo la Banca Mondiale potrebbero oscillare nei mesi a venire tra il -20/-30 per cento, il monte delle rimesse che nel 2018 (ultimo anno di cui si dispongono i dati) aveva raggiunto la ragguardevole cifra di 689 miliardi di dollari. Dando luogo ad un duplice, negativo ordine di conseguenze.

La prima e più evidente riguarda i paesi in via di sviluppo. Che rischiano a causa del taglio di questi specialissimi finanziamenti esteri di rallentare se non addirittura bloccare i processi di modernizzazione intrapresi con successo negli ultimi anni. E di riattizzare con il malessere sociale pericolose e mai sopite tensione del loro vivere collettivo.

La seconda, ancor più preoccupante, è che la crisi delle rimesse rischia di incrinare il delicato ma fondamentale compromesso che negli ultimi decenni ha consentito ai ricchi ed ai poveri del mondo di condividere, sia pure in maniera diseguale, i frutti della globalizzazione dell’economia e della produzione. Riaprendo una frattura che nessuno, al momento, è in grado di sapere se e come sanare.