Dopo il Covid-19 ripartirà l’immigrazione?

Che ne sarà della società aperta occidentale quando sarà uscita dal tunnel dei lockdown anti-Covid? La questione più che seria, è serissima. Tanto da avere spinto per la prima volta l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM) e il Migration Policy Institute di Washington (MPI) ad avviare una congiunta e ragionata analisi su questo tema sintetizzata nel report, fresco di stampa,  COVID-19 and the State of Global Mobility in 2020. Partiamo dal fatto, come emerge dalle conclusioni, che anche per i maggiori esperti internazionali della materia, in sintesi, del doman non c’è certezza. Le incognite sui tempi e i modi necessari per uscire dalla pandemia non consentono, infatti, di avanzare puntuali e credibili previsioni sul nostro prossimo futuro. Ma di rilevare alcune rilevanti tendenze in atto, invece, sì. Sono in particolare tre i trend osservati.

Il primo riguarda la scelta di buona parte degli Stati occidentali di dare risposte nazionali alla minaccia globale del virus. Contravvenendo alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, più di cento trenta Paesi hanno, nel 2020, chiuso o imposto rigidi controlli alle frontiere e vietato l’ingresso a una selezione di cittadini provenienti dalle aree-focolaio del contagio. Lo studio rileva, ad esempio, che: “the travel measures and border closures that governments around the world took during 2020 at their peak in mid-December exceeded 111.000 in place at one time”.

Il secondo concerne le conseguenze socio-economiche dei limiti imposti su scala internazionale alla mobilità umana. Restrizioni e lockdown hanno accentuato il gap tra anywhere e somewhere, per usare la fortunata definizione coniata dall’analista britannico David Goodhart. Alla prima categoria appartiene una minoranza di professionisti globali, super specializzati e istruiti che durante la pandemia, grazie allo smartworking e più in generale alle nuove tecnologie, hanno tratto profitto dal tragico avvento del virus. Non solo. Possono anche permettersi lavorare a distanza da invidiabili mete esotiche che spesso per attrarli offrono loro un accesso agevolato alla vaccinazione. Alla seconda categoria appartengono i meno qualificati, addetti alle mansioni che riguardano le attività più colpite dalle norme anti-Covid-19: dalla ristorazione al settore dei servizi. Fra questi è molta alta la percentuale di immigrati che con il lavoro hanno perso spesso anche la capacità di inviare quelle rimesse economiche, che per decenni sono state il volano dello sviluppo economico dei Paesi di origine.

Il terzo ha a che fare con le controindicazioni umanitarie della chiusura delle frontiere perché ha avuto “harsh effects for refugees and other migrants who move out of necessity”.

Insomma, si intravede una luce in fondo della pandemia, ma la sensazione è che sia diversa da quella che avevamo lasciato al suo ingresso.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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