Avere due passaporti è un bene o un male?

Quella della cosiddetta doppia cittadinanza è una delle questioni più controverse e poco note del dibattito sull’immigrazione. Parliamo in sostanza della possibilità per gli immigrati di ottenere il passaporto [1] del Paese ospitante, senza perdere quello dello stato di origine. Un tema riportato alla ribalta mediatica da una recente proposta di legge del governo olandese che punta a obbligare non solo gli stranieri presenti sul territorio nazionale, ma anche gli emigranti olandesi a scegliere tra lo status di cittadino dei Paesi Bassi e quello di un’altra nazione. Ne parliamo con Rainer Baubock, uno dei massimi esperti in materia, docente di teoria sociale e politica all’European University Institute di Firenze e co-direttore dell’osservatorio EUDO CITIZENSHIP.

1) Il governo olandese ha di recente riaperto l’annoso dibattito sulla doppia cittadinanza proponendo un disegno di legge che obbliga gli immigrati residenti nel paese e gli olandesi emigrati all’estero a scegliere se mantenere la cittadinanza di origine oppure  ottenere quella dei Paesi Bassi. Qual è la sua opinione in proposito?

RB: Quello dei Paesi Bassi è un caso piuttosto unico. In genere, si osserva una forte tendenza verso una maggiore tolleranza della doppia nazionalità in Europa e, in misura minore, anche in altre parti del mondo (meno in Asia, più marcata in Nord e Sud America). Ci sono molte ragioni che spiegano questo trend. Fino agli anni 60 gli avvocati internazionali consideravano la doppia nazionalità come un “male” al pari dell’apolidia. La situazione è cambiata in seguito alla nascita di norme più efficaci contro la discriminazione di genere, a un lungo periodo di pace nelle relazioni internazionali ed a un cambiamento di percezione degli interessi statali nell’ambito della migrazione. Una legge nazionale contro la discriminazione di genere implicava che la cittadinanza poteva essere ereditata sia dal padre che dalla madre, in modo che i figli di genitori di differenti nazionalità potessero acquisire la doppia cittadinanza dalla nascita. I paesi tradizionalmente con un sistema ius soli, come gli Stati Uniti, l’Australia, la Gran Bretagna, l’Irlanda e la Francia, non hanno potuto impedire che i bambini di origine straniera nati nei loro territori acquisissero anche la cittadinanza del paese di origine dei loro genitori. In tale contesto, l’obbligo della rinuncia della cittadinanza precedente come condizione per la naturalizzazione veniva  considerata sempre più  inutile e vista come maggior ostacolo per l’integrazione degli immigrati. Ancora più importante è stato il cambiamento di atteggiamento dei paesi di origine che tradizionalmente guardavano i loro emigrati come una popolazione persa, ma recentemente hanno scoperto in loro una risorsa economica e politica. Privare gli emigrati della loro cittadinanza dopo la naturalizzazione nel paese di insediamento significava, per gli Stati, tagliare inutilmente quei legami che facilitavano l’arrivo di ingenti rimesse o che li aiutavano ad acquisire appoggio politico in un paese straniero.

Agli inizi degli anni ‘90 i Paesi Bassi hanno seguito questa tendenza e si sono mossi verso una maggiore tolleranza della doppia cittadinanza. Alla fine della decade, tuttavia, è emerso che una crescente opinione pubblica considerava il modello olandese di integrazione multiculturale un fallimento. La richiesta di rinuncia della precedente cittadinanza come condizione per la naturalizzazione è stata reintrodotta con una serie di prove di integrazione e di lingua. In questo campo il governo olandese è diventato un trend setter in Europa, anche se in relazione alla doppia cittadinanza rimane quasi un caso unico di inversione in tema di tolleranza. Pochi altri paesi, come Danimarca, Norvegia e Austria, non hanno mai liberalizzato il loro rigido divieto della doppia cittadinanza che si acquisisce con la naturalizzazione, mentre una riforma liberale proposta in Germania è stata bocciata nel 1999 prima della sua attuazione. Nonostante le esistenti restrizioni, l’attuale legge olandese permette molte eccezioni lì dove agli immigrati sia consentito di conservare la loro precedente nazionalità. La nuova proposta di riforma ha come obiettivo quello di eliminare alcune scappatoie e suggerisce per la prima volta che anche i cittadini olandesi al’estero debbano perdere la loro cittadinanza nel momento in cui acquisiscano quella del paese ospitante.

2) Considerando che, come in ogni grave crisi economica che rispetti, anche quella attuale è caratterizzata da un diffuso sentimento anti-immigrazione crede davvero che valga la pena riaprire il dibattito sulla cittadinanza multipla o questo rischia di diventare un vero e proprio boomerang per chi da voce a questa problematica?

RB: Non sono proprio sicuro che ci sarà un effetto immediato sugli atteggiamenti anti immigrazione. I partiti populisti di destra hanno portato avanti con successo campagne contro l’immigrazione anche prima dell’attuale crisi. Ed ora l’obiettivo principale delle loro campagne è sempre di più la burocrazia europea o il capitale finanziario internazionale. Questo non significa che gli immigrati siano più al sicuro di prima, ma in alcuni paesi, come in Portogallo, la profondità della crisi unita alla diminuzione dei flussi migratori sembra aver momentaneamente distolto l’attenzione pubblica dalla questione immigrazione.

Oltre ai Paesi Bassi, anche in altri stati sono nate preoccupazioni inerenti la nazionalità multipla anche prima della crisi finanziaria. Timori legati sia ad una diffusa  percezione di minaccia alla sicurezza che alla “guerra contro il terrorismo”. La Gran Bretagna per un periodo ha cercato di non restringere l’accesso alla doppia cittadinanza, ma di usarla invece come pretesto per togliere lo status di cittadino britannico ai sospettati di coinvolgimento in attività terroristiche in modo da deportarli nel paese della loro seconda nazionalità. Nonostante i cittadini con la doppia cittadinanza non sembrerebbero rappresentare una minaccia alla sicurezza più dei cittadini privi di essa, la lezione è che la percezione dei rischi alla sicurezza porterà o a una limitazione della doppia cittadinanza o alla situazione in cui avere due passaporti sarà uno svantaggio, poiché i cittadini in possesso di ambedue le cittadinanze saranno protetti in misura minore rispetto a coloro che ne avranno una.

Rispondendo alla sua domanda, direi che la crisi economica potrebbe ritardare le riforme sulla cittadinanza in molti paesi perché tale questione non è più vista come la più urgente, ma comunque non dovrebbe creare maggiori ostacoli al processo di dibattiti sulle riforme.

3) Per concludere, a suo parere in tema di cittadinanza multipla qual è la soluzione più equilibrata?

Ritengo che la cittadinanza dovrebbe essere concessa a tutti coloro i cui interessi individuali nella qualità della vita e nell’autonomia siano legati a un bene comune di un particolare stato. Tale “principio stakeholder” si applica sia alla prima che alla seconda generazione di immigrati sia agli emigrati. Dato che gli immigrati rimangono sempre più connessi al loro paese di origine durante il processo di integrazione nella società di insediamento, dovrebbero venire a conoscenza, attraverso l’accesso alla doppia nazionalità, che in molti casi ci sono buoni legami tra i due paesi.

Tuttavia, il “principio stakeholder” pone anche dei limiti alla nazionalità multipla. Dalle terze generazioni in poi nate all’estero non dovrebbe essere possibile ereditare automaticamente la cittadinanza dei loro antenati attraverso il sistema ius sanguinis. Ci si dovrebbe interessare ad ottenere un passaporto Europeo che permetta di muoversi liberamente in Europa, ma questo interesse oggi non è più basato su legami autentici o obiettivi specifici in un paese particolare.  L’accesso preferenziale alla cittadinanza italiana per nipoti di antenati italiani provenienti dall’America Latina è essenzialmente una politica di migrazione discriminatoria ed è inoltre una politica attraverso cui l’Italia crea immigrati per tutti gli altri stati membri dell’UE. Ho evidenziato un secondo limite alla doppia cittadinanza in paesi, come l’Ungheria, che tentano di includere tra i cittadini votanti minoranze etniche prossime oltre i loro confini. Questi gruppi non sono emigrati per diaspora, ma sono minoranze native di stati vicini. In tali casi, la doppia cittadinanza potrebbe diventare un ostacolo per il riconoscimento delle minoranze nella loro patria. L’autonomia del Sud Tirolo/Alto Adige, che fu negoziata con il governo austriaco, non includeva la doppia cittadinanza per la popolazione di madrelingua tedesca, poiché questo avrebbe potuto minare il riconoscimento interno e la protezione dell’autonomia del sistema politico italiano.