Dubbi su voto a 16 anni e ius culturae

L’Italia riserva ai giovani un trattamento di gran lunga peggiore di molti altri paesi. Non solo per l’enorme squilibrio materiale tra le risorse che lo Stato dedica (e spende) per il loro futuro e quelle che invece investe (e spende) a favore degli anziani. Ma anche per la superficiale approssimazione e le non piccole incongruenze che caratterizzano due nuove proposte di legge piombate rumorosamente nella nostra già infuocata situazione politico-parlamentare.

Che riguardano, nel caso della prima, l’abbassamento della soglia di età da diciotto a sedici anni del diritto di voto per i giovani italiani. Mentre la seconda propone di introdurre nella nostra legislazione il cosiddetto jus culturae. Con l’obbiettivo di dare la possibilità ai figli degli immigrati nati o arrivati in tenerissima età nel Bel Paese di diventare italiani prima di aver compiuto, come invece impone la normativa in vigore, diciotto anni. Due proposte che anche se animate dalle migliori intenzioni presentano non piccole controindicazioni.

Nel caso della prima, infatti, appare davvero singolare come si possa pensare di abbassare l’età del voto a sedici anni lasciando però inalterata a diciotto quella della maggiore età. Una contraddizione dal sapore strampalato che Mattia Feltri ha lapidariamente bollato sulla Stampa di qualche giorno fa: “se uno a sedici anni ha la testa buona per partecipare alla scelta del governo del paese, ce l’ha anche per ottenere il porto d’armi, acquistare casa, vivere da solo, come qualsiasi adulto rispondere penalmente delle sue azioni. In due parole è maggiorenne”. L’errore sta qui. Perché se si abbassa l’età “elettorale” ma non quella della maggiore età c’è il rischio che nella testa dei giovani il diritto di voto appaia di secondo livello rispetto a quelli assai ambiti ma riservati ai diciottenni della patente di guida o di un conto in banca senza l’autorizzazione di papà e mamma. Con il risultato di aggravare anziché curare il loro crescente disinteresse per le urne.

Per quanto riguarda invece lo jus culturae va detto che rischia di produrre pericolose contraddizioni e diseguaglianze nelle loro famiglie, indebolendo l’obiettivo che si propone: mettere fine alla disparità di trattamento che sulla cittadinanza l’Italia, unico caso in Europa, continua a riservare ai figli degli immigrati. Infatti in base a questo nuovo diritto si potrebbe dare il caso che diventino italiani i figli ma non i genitori. Oppure che tra due fratelli l’acquisizione della cittadinanza sia consentita a quello “studioso” e sia invece negata all’altro solo perché ama poco i banchi di scuola. Con il risultato di costringerlo a sentirsi straniero anche tra le mura di casa. Queste due controindicazioni, aggiunte ad altre di cui ci occuperemo in prossimo articolo, meritano di essere prese in seria, serissima considerazione. Non fosse altro perché su una materia scottante e delicata com’è quella della riforma della cittadinanza le approssimazioni sono vivamente sconsigliate.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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