È il silenzio delle autorità che consente la tratta

La moderna schiavitù ha i volti e i corpi di giovani e giovanissime donne africane vendute per pochi dollari a facoltosi sceicchi del Golfo. Un dramma che riporta indietro, di secoli, le lancette della Storia e che la rivista statunitense Ozy [1] racconta in tutto il suo orrore. Intanto per le modalità. Questo mercato si svolge nelle pubbliche piazze dove queste donne, anche bambine, vengono esposte e vendute a mo' di animali domestici ma ad un prezzo spesso inferiore. Al mercato di Arapai, nell'est dell’Uganda, una ragazza vale 14 dollari. È questa la cifra che i nuovi negrieri pagano alle famiglie con la promessa di un lavoro dignitoso e ben retribuito nelle monarchie del Medio Oriente. Dove, però, le aspetta l'inferno. Un volta arrivate, infatti, viene requisito loro il passaporto e poi vendute, per 10mila dollari, a famiglie benestanti che ne fanno delle serve sottoposte a lavori massacranti e, spesso, a torture e stupri. Le più giovani, invece, vengono acquistate dai satrapi più ricchi che le rinchiudono nei loro harem come schiave sessuali . Questo orrendo mercato, che ipocritamente l'Occidente pensava archiviato da secoli, è fiorente come non mai nell'Africa subsahariana. Dove, come ad esempio nel caso delle poverissime zone dell'est Uganda, le famiglie non esitano a mettere all'asta le loro figlie dietro la promessa di lauti guadagni come domestiche o cameriere. Nella sola città di Arapai risulta che nell'ultimo anno quelle messe in vendita sarebbero state più di 9mila. Destinate, dopo indicibili anni di stenti e torture, nel più dei casi a tornare a casa in una bara. Al punto che nei villaggi di partenza si è da tempo diffusa la voce di una strana “epidemia” che colpisce le ragazze emigrate in Medio Oriente. Il tutto nell'indifferenza più assoluta delle autorità ugandesi.