E’ la speranza l’antidoto a 5 stelle e Lega

Dagli attentati che nel 2011 hanno insanguinato la pacifica Norvegia al boom dei movimenti populisti e anti-immigrati, passando per la crisi delle social democrazie europee. È di questo che abbiamo parlato con Thomas Hylland Erikssen professore di antropologia sociale all’università di Oslo, presidente dell’European association of social antropologists.

Sono passati sette anni da quando l’estremista di destra Andrei Breivik tra Oslo e l’isola di Utoya uccise 76 persone. Ci può dire se e come questi attentati hanno cambiato la società norvegese?

Mi dispiace ammetterlo ma la risposta è: poco o niente. Gli attentati dell’estremista di destra Andrei Breivik avrebbero dovuto rappresentare l’occasione per una riflessione critica utile a capire che in un mondo globalizzato non c’è e non può esserci spazio per il nazionalismo, il razzismo e l’esaltazione della purezza etnica. È, invece, accaduto il contrario. L’ideologia estremista di Breivik ha oggi in Norvegia più consensi che nel 2011. Come nel resto d’Europa, anche da noi si allarga a macchia d’olio il consenso popolare nei confronti dei movimenti anti-establishment e anti-immigrati. Ansia, timori e tensioni contro i nuovi arrivati sono in aumento. Il modello cosmopolita norvegese è sotto attacco da più parti.

In mezza Europa, la sinistra perde voti sull’immigrazione. Per recuperare il terreno elettorale perduto, senza copiare le ricette anti-stranieri dei partiti populisti, qual è la soluzione? Condivide, ad esempio, la scelta dei socialdemocratici danesi guidati da Mette Frederiksen che sull’immigrazione hanno aperto una finestra di dialogo con i populisti di Kristen Thulesen?

No, considero sbagliata la scelta dei socialdemocratici danesi. È innegabile che i tradizionali partiti politici europei abbiano perso consensi e credibilità, spesso anche per buone ragioni. Milioni di persone, soprattutto delle classi medio-basse, sono, infatti, convinte di essere state tradite dalle élite perché non si preoccupano e non hanno cura dei loro problemi quotidiani. Ma tutto questo non è una buona giustificazione per dare fiato alle trombe del razzismo e del populismo anti-immigrati. La verità è che per rinascere la sinistra europea deve tornare a lottare per quei valori che fanno parte del suo DNA: solidarietà e uguaglianza. Questo significa, ad esempio, risolvere le crisi umanitarie nei paesi di origine che sono la causa dell’emergenza profughi nel Vecchio Continente. Gli Stati del Nord Europa, ricchi e ben organizzati, hanno le carte in regola per farlo, ma noto che questa mia posizione è sempre più minoritaria.

Dal suo osservatorio norvegese ha capito come sono andate le elezioni politiche in Italia dello scorso 4 marzo?

Il movimento 5 stelle rappresenta un curioso mix di valori e obiettivi, ma è figlio di quegli stessi sentimenti popolari che hanno portato alla Brexit e all’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. La Lega è un partito più convenzionale ma guadagna consensi dalla stesso bacino di rancore che ha spinto molti elettori italiani a votare M5S. Comprendo il malumore e il risentimento dei left behind europei, ma proprio per questo spero che il successo dei movimenti populisti ridesti la buona politica e i partiti tradizionali. Che devono riprendere i contatti con il popolo offrendogli una piattaforma programmatica innovativa ispirata non dalla rabbia e dall’ansia ma da speranze e sogni di un futuro migliore.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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