E’ lui il padre di Salvini e Di Maio

Anche sa fa finta di non saperlo il populismo europeo ha un padre. Con nome e cognome. Umberto Bossi. Che molto prima di Matteo Salvini, Marine Le Pen & Company, obbligò l’establishment politico nazionale a fare i conti con il populismo d’antan.

Un mix tra un impareggiabile carisma ed un linguaggio all’apparenza banalizzato e fuori dalle righe. Un avvento per primo segnalato da Ian Buruma, che di populismo e di populisti si intende più di tanti, come un vero e proprio evento: “first it was Umberto Bossi, in Italy, feeding on the resentment of southern migrant in the affluent north. Well-dressed, well-spoken, young Bossi set the tone for the new type of rightist”[1] [1].

Tanto è vero che al pari degli attuali neopopulisti, l’allora semi sconosciuto capo leghista finì per calamitare la curiosità e l’interesse di grandi maestri della scienza politica internazionale. Che sbarcarono in Italia per analizzare e decodificare le ragioni alla base del crescente consenso riscosso nella pubblica opinione da questo “nuovo barbaro” nemico delle istituzioni. Il sociologo John Torpey, nell’attesa di essere ricevuto nella sede del Carroccio a Milano, ebbe a scrivere: “Nell’Europa Occidentale il movimento di Umberto Bossi è di certo il più interessante…non solo per quello che dice dell’Italia, ma anche per quello che può spiegare di molte altre nazioni europee”[2] [2]. Concetti ribaditi ancor più nettamente dal politologo di Harvard Robert Putnam affermava: “l’Italia è il primo esempio di collasso di un sistema durato l’intera Guerra Fredda. Arrivate per primi a misurarvi con una crisi che scorre sotto la pelle delle nostre democrazie”[3] [3]. E dal suo collega di Yale Joseph La Palombara: “in questa fase l’Italia conferma di essere un laboratorio politico”[4] [4].

Ma per misurare a pieno il debito del moderno populismo verso Bossi bisogna ricostruire tre grandi questioni che rappresentarono, fin dagli esordi, la vera novità della sua scesa in campo.

Lotta e Governo. Contrariamente ai tradizionali leader populisti di estrema destra, Umberto Bossi, oltre ad essere sedotto agli inizi dall’ideologia comunista (proprio come il padre del neopopulismo olandese Pim Fortuyn), non rimane ai margini della politica. Nasce come forza anti-sistema, ma muore come forza di governo. Senza perdere, va da sé, sia pur a fasi alterne, la verve delle origini: l’istinto alla lotta. Declinato, spesso, in toni e dichiarazioni ai limiti, se non in violazione, dei principi democratici. Un aspetto non da poco. Una novità assoluta. Un percorso che anticipa di oltre un decennio ciò che si verificherà nel resto d’Europa. Austria e Olanda in testa.

Post-nazionalismo e globalizzazione. Contrariamente al populismo xenofobo, quello di Umberto Bossi è un conservatorismo che non si prefigge però, non la difesa aggressiva dell’identità nazionale. Ma quella di un determinato territorio considerato un patrimonio di produttività, ordine e sicurezza. In difesa del quale sono visti di buon occhio eventuali accordi transnazionali. Si pensi ai tentativi di Umberto Bossi di stringere alleanze con Jorg Haider in Austria. Alla scelta del 2009 di fondare, con gli inglesi dell’UKIP il Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia in seno al Parlamento Europeo. E più in generale alla più volte millantata idea di costruire un’Europa dei Popoli. Una difesa dell’identità e della ricchezza territoriale del tutto nuova rispetto al passato. Che, questa l’altra grande novità, soddisfa le richieste e i malumori non solo dei settori sociali economicamente e culturalmente meno protetti. Ma anche di un elettorato trans-classista. Di cui fa parte persino un pezzo dell’elite economica e sociale del paese. Insomma un’idea di conservazione del nuovo tipo. Perfettamente attagliata a una società squassata dalla crisi economica e impaurita dai fantasmi minacciosi della globalizzazione. Una società moderna composta da una miriade di categorie trasversali unite dalla paura dell’impoverimento e del declassamento. E da una crescente avversione nei confronti dei tecnocrati al potere, dei parassiti della società: immigrati in primis. Un’idea di conservazione, per concludere, che piace a tutti coloro hanno perso e sono vittime del treno della globalizzazione e della modernità. Che, a dispetto di quanto si possa pensare, non sono solo i ceti meno abbienti, ma pezzi sempre più ampi della classe media.

Anti-immigrazione. Contrariamente ai tradizionali partiti populisti di estrema destra, Umberto Bossi e il suo partito si battano contro l’immigrazione, più che contro gli immigrati. Il Senatur usa poco il linguaggio della razza o dell’etnia contro i nuovi arrivati. La sua, insomma, non è una battaglia contro “negri o “ebrei”. Bensì nei confronti di tutti coloro che minacciano il benessere, l’occupazione e l’ordine del Nord. Prova ne è il fatto che la sua retorica contro gli extra-comunitari ha, mutatis mutandis, le stesse radici di quella, mai abbandonata, contro i terroni italiani del Sud. I primi come i secondi sono visti come una minaccia. Dei parassiti che rischiano di mettere a repentaglio la prosperità e l’ordine del ricco Nord.

 

[1] [5] I. Buruma, Right is the new left, The Guardian, 26 March 2002.

[2] [6] L.Annunziata, anno 1993. La scoperta dell’Italia, Il Corriere della Sera, 20 giugno 1993.

[3] [7] Ivi.

[4] [8] Ivi.