È triste abbandonare lo ius soli e continuare a ricevere i barconi

Il retrofront del governo sullo ius soli, è il dazio che paghiamo all’irrisolta emergenza immigrazione sul Mediterraneo. Come dire al danno, la beffa. La sconfitta degli onesti contro i disonesti. Rinunciamo a un provvedimento-modernizzatore atto a snellire le modalità di concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati regolari, nati e vissuti in Italia perché l’opinione pubblica lo considera un acceleratore degli sbarchi illegali senza sosta nelle nostre coste. Ed è qui che sta il cortocircuito.

Si è lasciato campo libero allo schieramento trasversale di opportunisti che ha cavalcato la paura del popolo per convincerlo della correlazione tra due temi che, invece, sono come l’acqua e l’olio: impossibili da mischiare. Lo ius soli, per quanto non sia la panacea, è un atto di civiltà, un riconoscimento alle migliaia di ragazzi di origine straniera che studiano, giocano e sognano con i nostri i figli. Mentre ciò che accade in queste ore nel Mediterraneo è in grande parte un enorme problema di lotta e contrasto all’immigrazione illegale. Per rendere visibile anche agli occhi dei non addetti ai lavori il confine netto tra questi due mondi, serviva una prova di forza contro il boom di arrivi via mare. Per indorare agli elettori la pillola dell’approvazione della nuova legge sulla cittadinanza il Senato avrebbe dovuto prima lanciare un chiaro e preciso segnale contro i trafficanti di essere umani che da tre anni nella lingua di mare che divide la Sicilia dalla Libia fanno il bello e il cattivo tempo.

A chi sostiene che questo è impossibile perché Tripoli è, di fatto, senza governo, ricordiamo che c’è un’alternativa praticabile. Si poteva, ad esempio, siglare con la Tunisia un accordo simile a quello in vigore tra UE e Turchia. In cambio di denaro, al governo tunisino, in crisi a causa del crollo dei flussi turistici, avremmo dovuto chiedere due condizioni.

La prima, consentire alle imbarcazioni delle Ong e più in generale a quelle che compiono operazioni di salvataggio di immigrati nel Mediterraneo, di attraccare e far sbarcare nelle coste tunisine il carico di superstiti. Ipotesi plausibile e realizzabile nel pieno rispetto del diritti umani e del mare perché, proprio come quelli siciliani, quelli tunisini sono i porti sicuri più vicini alle navi che salvano vite umane tra le acque territoriali italiane e libiche. Un modo per sparigliare gli schemi dei trafficker che nel giro di poche settimane avrebbero perso fior di clienti poco interessati a spendere soldi e salute per finire non in Europa ma in paesi vicini geograficamente ed economicamente a quello di partenza.

La seconda, autorizzare, sotto l’egida ONU, la costruzione di campi profughi (come quello costruito nel 2011 a Ras Jdir lungo il confine libico-tunisino) per accogliere, identificare e distinguere sul territorio tunisino, richiedenti asilo e immigrati illegali. Redistribuire i primi, in piena sicurezza con un corridoio umanitario, tra i 27 paesi UE. Scommettere sul fatto che i secondi plausibilmente farebbero di tutto per rientrare a casa.

Una soluzione, se vogliamo, all’americana: dura e pura. Perché l’immigrazione non conosce mezze misure.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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