E’ un’illusione pensare che se li aiutiamo a casa loro non partono

Siamo proprio sicuri che se li aiutiamo a casa loro non vengono? Una domanda di cui molti, forse, si chiederanno, oltre all’utilità, anche il perché. Visto quello che, al riguardo, sentono ripetere a destra e a manca. In particolare dai governi dell’Occidente industrializzato. Che pur divisi su mille questioni sono invece uniti come non mai nel sostenere che per fermare l’immigrazione va finanziata la crescita economico-produttiva delle aree povere del Pianeta.

Una posizione di apparente buon senso ma smentita dalla realtà. Per la semplice ragione, spiegano quelli del Migration Policy Institute di Washington nel recentissimo saggio: “The Complicated Relationship between Development and Migration”, che non è vero che lo sviluppo è in grado, sempre e comunque, di frenare l’immigrazione. Il primo e la seconda, infatti, non sono legati da un unico, automatico rapporto di causa ed effetto. Ma da una “rete” di specifiche, complicate relazioni in grado di vanificare l’intento di usare lo sviluppo per mettere la museruola alle migrazioni.

L’immigrazione (o l’emigrazione, dipende dal punto di osservazione) è una sorta di risk management strategy messa in atto da coloro che vogliono migliorare la loro condizione di esistenza. Che individui e famiglie adottano per fronteggiare problemi spesso diversi da quelli legati al bisogno estremo o alla povertà assoluta. Come dimostrano i dati relativi a tre fondamentali caratteristiche della moderna immigrazione economica che la narrativa tradizionale, invece, fa finta di non vedere o capire.

La prima: solo il 3% del totale della popolazione del Pianeta è coinvolta nei flussi migratori internazionali. Una percentuale bassissima rispetto a quella della povertà globale che dimostra l’infondatezza di una automatica connessione di causa ed effetto tra i due fenomeni;

La seconda: storicamente l’emigrazione verso l’estero è, in media, più sostenuta e costante dalle nazioni e dalle aree geografiche relativamente meno povere rispetto a quelle più arretrate;

La terza: coloro che decidono, e soprattutto riescono, a mettersi in marcia per cercare fortuna e migliori condizioni di vita nel mondo non sono, in genere, i più poveri ed i meno istruiti. Anzi. Visto che, come ricorda l’esperto Cris Beauchemin :   “gli immigrati che arrivano in Europa sono quelli che nei loro paesi stanno meglio” (Le Monde 15/1/2018).

Emigrare non è semplice: richiede denaro e conoscenze. Maturare l’idea di “andare avanti” e, poi , riuscire a lasciare la terra natia risulta più complicato di quanto sembri. Visto che, oltre a risorse economiche non indifferenti, è indispensabile poter contare su conoscenze e reti di relazioni all’estero. Con chi, dallo stesso paese o dalla stessa comunità è, in passato, già emigrato. Non è un caso, infatti, che gli studi di settore confermano che non si parte in assenza di queste due pre-condizione di base. E che avere una “testa di ponte” lontana dalla Madre Patria rappresenta l’incentivo più potente per mettersi in marcia. In quanto evita, o almeno riduce, il rischio di andare al buio e fallire. Ecco la ragione per la quale chi emigra si dirige, nove volte su dieci, là dove ci sono “quelli del suo paese”. Che forniscono, in anticipo, notizie sulle regole di ingresso e sulle opportunità economico-professionali della Terra Promessa.

Infine, è forse anche bene ricordare che molte ricerche hanno evidenziato il fatto che i territori interessati da interventi di assistenza economica presentano elevati tassi di emigrazione. Perché soprattutto nelle aree caratterizzate da una consolidata tradizione migratoria, anche se poverissime, l’inattesa, maggiore disponibilità economica anziché fermare, come ci si aspetterebbe, incentiva chi vuole andarsene lontano. Insomma, l’aiuto allo sviluppo , in sé buono e giusto, se pensato ed usato per bloccare l’immigrazione non dà sempre e comunque i frutti da molti sperati.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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