Eccitano l’identità usando l’immigrazione

La politica dell’identità rischia di mettere in ginocchio le istituzioni democratiche di mezzo mondo. Non l’immigrazione, come invece quotidianamente sentiamo ripetere. Per la semplice ragione che non bastano i pur seri, serissimi problemi che essa provoca per spiegare le ragioni che hanno innescato l’ondata conservatrice che si è abbattuta sull’Occidente liberaldemocratico. Che per natura, ampiezza e qualità è ben più profonda, e grave, delle  semplice rabbia anti immigrati del passato. E della classica protesta di coloro che non accettano il fatto che l’immigrazione arricchisca alcuni ma penalizzi altri.

Oggi, infatti, è sulle gambe del ceto medio e non solo dei poveri che avanza l’uragano. Che a partire dal 2016, al di qua e al di là dell’Atlantico, si è abbattuto, in molti casi travolgendoli, sui i partiti e le istituzioni tradizionali. Il demone dell’identità, o per dirla con Francis Fukuyama, the rise of identity politics, ha preso nella politica il posto fino a ieri occupato  dall’economia e dall’ideologia. Ma la colpa non è di Satana. Visto che, come l’autore della Fine della Storia spiega su Foreign Affairs di agosto-settembre: "in molte democrazie moderne l’interesse della sinistra è prevalentemente rivolto non più, come prima, ai grandi temi dell’eguaglianza economica ma alla tutela identitaria delle minoranze : etniche, immigrate, donne, rifugiati, LGBT. E quello della destra, all’opposto, alla difesa patriottica dell’identità nazionale legata, più spesso che no, alla razza, l’etnia o la religione".

Un micidiale, spericolato tiro alla fune che ha finito per punire la prima e premiare la seconda. Che, tanto per capirci, pur continuando ad usare l’immigrazione “economica” ed arricchirsi, non ha però avuto scrupoli ad evocarne la minaccia “politica”. Per eccitare all’autodifesa gli esclusi al diritto dell’identità riservato, e talvolta persino garantito, alle minoranze di cui sopra. Una verità indiscutibile, anche se per molti forse difficile da accettare, sulle ragioni di quella definita da Roland Ingleart e Peppa Norris the silent revolution in Reverse. Che ha suonato la carica per i tanti (forse sarebbe meglio dire i troppi) destinati al retrobottega della storia dai vincitori della silent revolution - verde, multiculturale, multietnica e libertaria-  degli anni ’70 del ‘900.

È qui che è scattato l’innesco infernale per il quale masse di elettori del ceto medio, smesso di credere alle promesse delle élites al potere, hanno mollato il centro della politica e le sue storiche rappresentanze partitiche. Per passare, armi e bagagli,  a quelle che con superficiale snobismo vengono definiti populiste. Una sedizione in piena regola di un mondo impaurito più nell’anima che nelle tasche. Per rassicurare il quale, però, ed evitare guai peggiori, sarebbe consigliabile evitare di continuarlo a dopare con la paura degli immigrati. 

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

Iscriviti alla newsletter: