Emigrando arricchiscono i tiranni e i trafficanti di casa loro

Accogliamo pochi rifugiati e molti vigliacchi. Di 100 persone che sbarcano nelle nostre coste, 20 sono profughi ma 80 sono illegali-codardi”. È l’analisi spietata che fa il Prof. Marco Lombardi dell’Università Cattolica, attento studioso dei flussi migratori euro-mediterranei.

D: Professore Lombardi, non le sembra eccessivo etichettare così duramente migliaia di persone che, pur non essendo richiedenti asilo, lasciano paesi poveri in cerca di un futuro migliore?

R: No. Perché sono proprio quegli immigrati economici di cui la retorica reclama il diritto di cercare una vita migliore altrove, senza ricordare il dovere di provare a cambiare le cose a casa propria, prima di darsela a gambe levate. È per questo che li definisco vigliacchi. In fin dei conti le tante rivoluzioni che cambiarono i paesi europei, quelle fatte con le morti dei nostri nonni e bisnonni, sono anche il risultato della facilità con cui si poteva morire sul posto prima di scappare all’estero.

D: Lei sostiene, dunque, che oggi la possibilità di emigrare con più facilità e minor costi rispetto al passato, mette intere generazioni di africani nelle condizioni di sottrarsi al dovere di lottare in madrepatria contro regime dispotici e democrazie corrotte?

R: Sì. Aggiungo che questo processo di deresponsabilizzazione è incentivato e promosso dalle élites al potere in combutta con i trafficanti di esseri umani. Le prime, infatti, non solo hanno sempre guadagnato direttamente e indirettamente (con le rimesse) dall’emigrazione. Ma, questa la novità che voglio segnalare, ora hanno tutto l’interesse a sbarazzarsi delle migliaia di giovani disoccupati e frustrati che, se non emigrassero, potrebbero, prima o poi, rivoltarsi contro di loro. I secondi, inutile dirlo, anche se fuori legge, agiscono come perfetti imprenditori a caccia del maggior numero possibile di clienti.

D: Messa così, l’emergenza immigrazione nel Mediterraneo sembra tutto fuor che un fenomeno spontaneo.

R: Esattamente. Faccio un esempio. Ci raccontano spesso che con il bel tempo aumentano gli sbarchi. Ma allora come mai negli ultimi dieci giorni, nonostante il mare piatto e il solleone, non è partita neanche una bagnarola dalle coste libiche? La verità è che mentre mezza Europa, grazie all’attivismo del Ministro degli Interni Minniti, era costretta a discutere (prima a Bruxelles, poi a Tallin, ieri a Varsavia) dell’emergenza immigrazione, i trafficanti di esseri umani hanno optato per una ritirata strategica. Con l’obiettivo di abbassare l’attenzione e la tensione anche dell’opinione pubblica su questo fenomeno.

D: Se le cose stanno così, al netto di quella umanitaria, come si fa a spezzare la catena dell’immigrazione illegale?

R: Temo che, ormai, sia troppo tardi per governare le migrazioni e che salvare, accogliere, integrare siano la priorità. La governance deve spostarsi dal controllo dei flussi migratori a quello dei suoi effetti sul tessuto economico-sociale italiano, in una prospettiva di contenimento e riduzione del danno.

D: A quali effetti e danni si riferisce esattamente?

R: Ad almeno tre tipi di conflitto in atto nel nostro Paese. Il primo sociale: che vede la contrapposizione italiani e nuovi arrivati. Il secondo politico: con una radicalizzazione delle posizioni pro e contro immigrazione che rende l’Italia sempre più ingovernabile. Il terzo istituzionale: presto, ad esempio, le forze dell’ordine faticheranno a garantire la sicurezza nazionale perché costrette a intervenire in scontri tra emarginati autoctoni e immigrati tra i quali è difficile distinguere chi ha torto o ragione.

D: Questi i problemi, e le soluzioni?   

R: Regole chiare, precise e severe sulle imbarcazioni delle Ong che operano sul Mediterraneo. Pattugliamento delle forze dell'ordine libiche nei principali porti di partenza degli immigrati. Chiudere i porti italiani avviando de facto, unilateralmente una modifica delle normative vigenti non adatte a fronteggiare l’attuale emergenza. Spostare, infine, la frontiera esterna europea a Sud della Libia, coinvolgendo gli stati ad essa limitrofi nel tentativo di contenere i flussi migratori illegali e, al contempo, di garantire protezione umanitaria a chi ne ha realmente bisogno.