Esternalizzare le frontiere contro i viaggi della morte

Mentre nel Mediterraneo si consuma una durissima querelle tra Italia e Malta sul chi e perché ha l’obbligo di accogliere i profughi soccorsi in mare dalle Ong di mezzo mondo, dall’Europa del Nord arriva una super proposta per far fronte all’emergenza immigrazione. Secondo Le Monde, il governo austriaco, col sostegno di quello danese, sembrerebbe intenzionato a inaugurare il prossimo luglio il semestre di presidenza di turno del Consiglio UE lanciando un pacchetto di proposte che dovrebbero muoversi nell'ambito di quella, più volte sostenuta da West, che tecnicamente viene definita  "esternalizzazione delle frontiere": ovvero chiedere ai paesi di partenza e transito, in cambio di precisi accordi, di sorvegliare i loro confini e, di conseguenza, i nostri, fungendo da vero e proprio filtro dei movimenti di popolazione che dall’Africa, e non solo, vanno verso l’Europa.
Tematiche assai spinose e difficilmente decifrabili soprattutto dal punto di vista giuridico. È per questo che ne abbiamo parlato con il Prof. Mario Savino, docente di diritto amministrativo all’Università della Tuscia, profondo conoscitore della materia, tra i relatori del Convegno “Le nuove frontiere dell’immigrazione” organizzato a Catania il prossimo 15-16 giugno dall’Area Democratica per la Giustizia, gruppo autonomo della magistratura associata.

1) I dati dicono che l’accordo UE-Turchia ha consentito un drastico calo dei flussi migratori nella rotta del Mediterraneo orientale. Crede che questo tipo di processi di esternalizzazione delle frontiere siano un modello da replicare per migliorare la gestione dei movimenti di popolazione euro-africani?

L’accordo UE-Turchia è un esempio della politica europea di esternalizzazione delle frontiere. L’Italia sta cercando di replicare il modello con la Libia, ma con molte difficoltà in più, data l’assenza di un unico interlocutore che sia in grado di controllare il territorio libico e la necessità, quindi, di fare accordi con le tribù che agiscono lungo il confine meridionale della Libia e con le milizie che controllano il litorale libico e gli imbarchi verso l’Italia. In una prospettiva di breve periodo, non vi sono alternative a questa politica, l’unica in grado di contenere gli arrivi sulle coste europee. Nel medio e lungo periodo, invece, questa politica di esternalizzazione è destinata a evidenziare i suoi limiti: di sostenibilità politica, che dipende dalla stabilità e affidabilità dei paesi terzi che accettino di collaborare, nonché dalla capacità di quei governi di far digerire ai rispettivi popoli una politica restrittiva in genere molto impopolare; ma anche di sostenibilità giuridica, perché l’esternalizzazione si fonda su pratiche di dubbia compatibilità (in alcuni casi, anzi, di evidente incompatibilità) con il rispetto dei diritti umani e delle norme sulla protezione dei rifugiati. Dunque, una politica di corto respiro, buona per le emergenze ma non per governare i processi migratori nel lungo periodo. Occorre individuare altre soluzioni e strategie più sostenibili.

2) Negli anni Ottanta del secolo scorso, gli USA, di fronte alla forte pressione migratoria dei richiedenti asilo haitiani che cercavano di raggiungere via mare le coste degli Stati Uniti, decisero di utilizzare, grazie alla presenza a bordo di funzionari statali esperti in materia, le navi della marina militare come primo strumento di “filtro” della domande d’asilo. Quanti tra loro non rispettavano le condizioni giuridiche previste per ottenere lo status rifugiato venivano rispediti in patria prima ancora di sbarcare negli USA. Crede che questa sia una via percorribile anche per i profughi che dalle coste del Nord Africa provano a entrare nel nostro territorio?

Processare le richieste di protezione internazionale a bordo di navi non è una strada percorribile in base al diritto europeo. La direttiva procedure (2013/32/UE del 2013) assicura ai richiedenti asilo una serie di diritti che non potrebbero essere adeguatamente garantiti a bordo di una nave. Si pensi al diritto a una procedura di esame che sia conforme ai principi fondamentali (art. 31); al diritto a un ricorso effettivo (art. 46); al divieto di trattenimento (art. 26), o ancora alle esigenze di assistenza psico-fisica e di rappresentanza legale (artt. 18 ss.). Come potrebbero questi diritti essere adeguatamente garantiti a bordo di una nave? E come potrebbero svolgersi a bordo di una nave procedure che, svolte a terra, richiedono mesi o, in caso di ricorso, addirittura anni? Delle due l’una: o quelle garanzie sono prese sul serio e allora non c’è nessuna possibilità di assicurarle a bordo di una nave; oppure quelle garanzie sono eluse e allora si tratta di una pratica contraria al divieto di respingimento in alto mare, per il quale l’Italia è già stata condannata nel 2012 davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Hirsi.

3) La sensazione è che negli ultimi quattro anni, fare domanda d’asilo sia di fatto diventato l’unica via di accesso legale per entrare in Italia e in Europa. Come uscire da questo cul de sac?

L’unico modo per uscirne è prevedere canali di ingresso regolari per migranti economici. L’Italia in particolare, ma tutta l’Europa nel suo complesso, sono geograficamente troppo esposte per poter pensare che una politica dell’immigrazione zero possa avere successo. Come accade nel contesto attuale, i flussi possono essere ridotti, a fronte di enormi sforzi, ma non possono essere eliminati. E questo significa che una politica volta ad azzerare l’immigrazione non solo è destinata all’insuccesso, ma produce molte conseguenze non intenzionali: l’arricchimento delle organizzazioni criminali che gestiscono i traffici irregolari, l’arrivo di migranti non selezionati in base alle competenze, l’impossibilità di security checks se non all’arrivo, sofferenze indicibili da parte dei migranti lungo il loro viaggio. L’immigrazione è un fenomeno strutturale, col quale occorre fare i conti. Ed è, come altri fenomeni sociali, un fenomeno che può avere vantaggi superiori ai costi, soprattutto in paesi, come l'Italia e la Germania, che sono in piena crisi demografica (una crisi difficile da sovvertire con politiche interne) e hanno quindi molte difficoltà nell'assicurare la sostenibilità dei loro sistemi di welfare. Un'immigrazione ben regolata non è la panacea, ma può contribuire positivamente ad affrontare questo cruciale problema. Per far questo, occorre de-ideologizzare il dibattito sull'immigrazione e avviare una attività di pianificazione degli ingressi su base pluriennale, ovviamente in collaborazione con i paesi d'origine, che devono essere trattati come interlocutori paritari.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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