1) Gastarbeiter bye bye

Cinquant’anni fa nasceva in Germania la politica dei gastarbeiter che ha influenzato le politiche migratorie europee fino ai giorni nostri. L’immigrato arriva e se ne va. Non diventa cittadino, ma rimane pure e semplice manodopera temporanea. Si trasferisce da solo, senza famiglia nel paese ospitante perché tanto dopo pochi anni ritorna in madrepatria. Peccato che a distanza di mezzo secolo la storia ha del tutto smentito questa teoria. Era l'inizio di novembre del 1961, infatti, quando il governo tedesco dell'ovest – dopo aver sottoscritto dei patti simili con Italia e Grecia – aprì le sue frontiere anche agli immigrati turchi. Che nonostante fossero considerati “lavoratori ospiti” hanno messo le radici Oltrereno e la stragrande maggioranza ha acquisito lo status civitatis.

La recente visita del Primo Ministro turco Erdogan a Berlino proprio per celebrare l’accordo del 1961 è stata l’occasione per riaprire le polemiche, in realtà mai sedate, sull’integrazione degli immigrati provenienti dall’ex impero Ottomano in Germania.

Erdogan ha puntato il dito contro il sistema educativo tedesco (“il turco dovrebbe essere insegnato nelle scuole elementari, come madrelingua per gli immigrati”) e contro le politiche in tema di immigrazione, criticando la prevista introduzione di test linguistici per le donne che vogliono effettuare il ricongiungimento familiare con i mariti in Germania (“quale lingua parla l'amore?”) e la mancata possibilità di ottenere la doppia cittadinanza.

Da parte sua, la Merkel ha preferito glissare, limitandosi a ribadire che è la cancelliera anche di tutti i turchi di Germania. A rispondere, invece, è stato il ministro dell'interno Friedrich: l'esponente dell'esecutivo cristiano-liberale ha escluso qualsiasi ipotesi di doppia cittadinanza, e ha ribadito l'assoluta priorità dell'insegnamento del tedesco, chiave per l'affermazione in qualsiasi campo della vita.

La storia di questi 50 anni di immigrazione turca è ben raccontata dal libro Auf Zeit. Für immer (“Per poco tempo. Per sempre”), edito dalla Bundeszentrale für politische Bildung; le due curatrici, Jeannette Goddar e Dorte Huneke, hanno intervistato quattordici migranti – soprattutto di prima generazione – riportando i ricordi, i sogni e le speranze di persone che sono arrivate in Germania in giovane età, e che sono a rimasti a viverci per decenni.

Uomini e donne che hanno vissuto in una sorta di “limbo” identitario: dai tedeschi venivano chiamati Gastarbeiter, “lavoratori ospiti”. Nello stesso periodo, la parola turca Gurbet (“terra lontana, straniera”) venne cominciata a usare come sinonimo per Germania. Nella loro patria, i turchi di Germania diventarono così Gurbeçti, “gli appartenenti a una terra straniera”.

“Se a quel tempo qualcuno mi avesse domandato, 'ti senti turco o tedesco?', avrei risposto senza esitazione: 'mi sento turco!'”, racconta Mesut Ergün, un attivista di sinistra che decise di emigrare in Germania [1] nel '69, in seguito all'escalation delle violenze politiche nel suo paese. Nel 2007, insieme alla moglie Ingrid, è tornato sul Bosforo per aprire un albergo. “In ogni caso – continua – i rapporti con i tedeschi non sono più come se fossi straniero: ho una compagna tedesca, a Francoforte mi sono ben integrato, avevo amici e clienti tedeschi”.

D'altra parte, la Repubblica Federale non rappresentò solo la meta dei Gastarbeiter, ma anche di tutti coloro che in Turchia non potevano vivere in libertà: attivisti politici, curdi, o i membri della comunità greca. È il caso di Eva e Sokrates Saroglu, scappati da Istanbul negli anni '60: “La nostra città non esiste più, siamo stati lontano troppo tempo”, dice Sokrates, ricordando il primo viaggio in Turchia da Berlino, nel 1992. “´Quello che è certo, è che in Germania non siamo più ospiti”.

Anche noi di West siamo andati a parlare con uno dei migranti della prima generazione: una signora turca, arrivata a Berlino Ovest nei primi anni '70 quando era una bambina, che ci racconterà la sua storia nei prossimi numeri.