Gilet gialli e immigrati: due rabbie che non si incontrano

“A smorzare l’ira dei gilet gialli che da quattro mesi, ogni sabato, mettono a ferro e fuoco la Francia, è stata l’alleanza che nessuno riteneva possibile: tra i ceti borghesi dei quartieri bene metropolitani e quelli di origine immigrata delle banlieue”. A sostenerlo, intervistato da West, è Jacques Levy, docente al Politecnico federale di Losanna e all'Università di Reims [1], vincitore del prix Vautrin-Lud, considerato come una sorta di Premio Nobel della Geografia.

Secondo lo studioso d’Oltralpe, infatti, la rabbia ma soprattutto la violenza di chi è sceso in strada ha impaurito, allo stesso tempo, due pezzi di popolazione che fino a poco tempo avevano poco o nulla in comune: gli abitanti benestanti dei centri urbani e quelli con background straniero delle periferie. Ma se il perché del timore dei primi è facilmente intuibile (incarnano l’élite odiata dalla piazza), lo è meno quello dei secondi. Che, invece, sostiene Jacques Levy sono “forse i più preoccupati dalla volontà populista dei gilet gialli perché colpisce quello che, nonostante tutto, è il loro unico protettore: ovvero lo Stato”. Insomma, i cittadini di origine straniera sono letteralmente spaventati dalla potenziale avanzata di una democrazia di arrabbiati ostile al potere di mediazione delle istituzioni pubbliche. Il cui operato, fino a oggi, per quanto duramente contestato, ha garantito al popolo delle banlieue un minimo di prestazioni e servizi sociali. Che, invece, la rabbia dei casseur potrebbe cancellare con un tratto di penna.

Chiarito il profilo dei nemici dei gilet gialli, rimane da capire qual è quello di questi ultimi. Chi sono questi scontenti che da mesi agitano i weekend francesi?

Partiamo dal fatto – ci dice Jacques Levy – che si tratta di un blocco sociale eterogeneo appartenente ai ceti medio bassi periurbani, in cui a fare da mastice è la medesima volontà politica di scardinare, in nome del popolo sovrano, il potere di una ristretta élite che, a loro avviso, detiene il monopolio del capitale culturale ed economico. Nell’era della globalizzazione vedono tutto e tutti in fluido movimento mentre loro si sentono agli arresti domiciliari, paralizzati da una fragile condizione socio-economica. Che li condanna a scegliere tra due frustranti opzioni: vivere, senza permettersi altri lussi, in pochi metri quadri in centro con affitti alle stelle oppure optare per la periferia comprando casa ma anche l’automobile necessaria per raggiungere, con mille difficoltà, il posto di lavoro in città. Ed è proprio per questo che la tassa ecologista sul gasolio e sulle auto inquinanti voluta dal Presidente Macron ha rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso della loro rabbia, dando il là a quello che oggi, non a caso, chiamiamo movimento dei gilet gialli”. Che, infatti, sono i giubbotti retro-riflettenti che per la legge francese, così come per quella italiana, vanno indossati da chi scende dal proprio veicolo lungo le strade.

Se è vero che questa eterogenea galassia di arrabbiati punta il dito contro le élite nazionali ed europee che cannibalizzano i vantaggi della globalizzazione, verrebbe da pensare che possano rappresentare un ottimo serbatoio per il nuovo Front National anti-establishment di Marine Le Pen. Ma su questo il Professor Levy è assai prudente. “Per la semplice ragione che agli occhi dei gilet gialli i lepinisti sono troppo moderati. Hanno accettato le regole del gioco istituzionale. Non sono, dunque, la soluzione ma parte dei loro problemi”. Spiegazione di per sé sufficiente anche a comprendere il perché del catastrofico tentativo del leader del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio, vice-premier e ministro, di instaurare con i movimentisti d’Oltralpe un’alleanza transnazionale.

E anche a proposito dei rapporti Italia-Francia, al calor bianco specie sull’immigrazione, Jacques Levy sembra avere le idee chiarissime. “L’Italia è stata lasciata sola dai partner europei. Ma, tuttavia, come diceva Italo Calvino è vero che la menzogna non è nel discorso ma nelle cose. Perché nell’UE il manicheismo sull’immigrazione (pro o contro senza mediazioni) offusca la ragione. Non consente di riflettere su un problema che certo esiste ma che ha contorni ben diversi da quelli dominanti nel dibattito pubblico. Ossessionati dall’invasione degli immigrati, non discutiamo né affrontiamo i veri nodi della questione. Ai nuovi arrivati chiediamo, ad esempio, il rispetto di regole che, spesso, noi stessi disconosciamo. Visto che ormai non siamo più d’accordo neanche su chi è e come si distingue un immigrato economico da un rifugiato”. È, forse questo, il momento, rispolverando Spinoza, di non versar lacrime, né esprimere indignazione. Ma, appunto, di cercare di capire.