Ginevra deve cambiare perché cambiano i diritti

Il moto perpetuo dei conservatori anti-establishment che fanno tremare i liberali di mezzo Occidente, continua a spiazzare i tradizionali e imbambolati partiti politici. L’ultima conferma, semmai ce ne fosse ancora bisogno, arriva dagli Usa di Trump. Che mentre viene accusato dall’opposizione di violare con le sue politiche anti-immigrati i fondamentali diritti umani, ha sorpreso molti istituendo una Commission on unalienable rights. Di che si tratta, lo ha spiegato pochi giorni fa il capo della diplomazia americana Mike Pompeo: è un organismo consultivo, composto da dieci super esperti, guidati dalla giurista di Harvard, già consulente del Vaticano Mary Ann Glendon con il compito di preparare il terreno per un aggiornamento di quei diritti inalienabili descritti e sanciti dalla Dichiarazione Universale del 1948. Che, secondo il Segretario di Stato Usa, ha, almeno in parte, fatto il suo corso. Per la semplice ragione che fissa norme pensate all’indomani della Seconda Guerra Mondiale in risposta ai totalitarismi che avevano insanguinato la prima metà del Novecento.

Insomma, per riassumere il Pompeo-pensiero: se il mondo cambia, è forse il caso di cominciare a ragionare sul se e come aggiornare le regole internazionali che lo governano. Una verità che, piaccia o meno, sembra difficile da smentire. Soprattutto se finalmente si prende atto come di fronte alla globalizzazione delle crisi umanitarie, gli strumenti del diritto internazionale, Convenzione di Ginevra in testa, non risultano ormai all’altezza dei loro compiti. Cosa che peraltro aveva segnalato in largo in anticipo nel 1997, cioè in tempi non sospetti la Commissione di giuristi guidati dal Prof. James C. Hathaway dell’Università del Michigan, chiamata a fare il tagliano al sistema globale di accoglienza dei rifugiati: “Il regime internazionale dell’asilo è in crisi. Il modello che utilizziamo oggi non funziona più. Non è utile né ai rifugiati, né agli Stati”.

Tutto bene, dunque? Fino a un certo un punto. Perché l’opposizione teme che dietro questa apparente nobile iniziativa del governo Trump si celi il tentativo di restringere, anziché aggiornare, il perimetro dei diritti universali, specie in materia di aborto e tutela delle comunità LGBTI. Se così fosse, la comunità internazionale pagherebbe a carissimo prezzo il doppio peccato di cui si è macchiato lo schieramento, traversale degli imbambolati. Di ignavia, per aver lasciato nelle mani dei nuovi barbari il pallino dell’agenda politica. Di inconcludenza, per l’incapacità di offrire risposte robuste e praticabili all’attivismo degli avversari. Contro i quali lamentarsi sembra non bastare.