Guerra tra immigrati al di qua del muro di Trump

Stretto tra l’incudine e il martello il Messico sta vivendo la più grave crisi migratoria della sua storia recente. Stritolato tra il Muro di Trump, che ha di fatto blindato i confini meridionali degli Stati Uniti, e l’onda umana delle carovane che avanzano da Honduras, Guatemala e El Salvador questo paese si è trasformato negli ultimi mesi in uno Stato cuscinetto. Una sorta di camera di decantazione del flusso ininterrotto di immigrati che in massa si dirigono al Norte. Ultimamente, però, la situazione si è seriamente aggravata costringendo il presidente Andrés Manuel López Obrador ad una clamorosa e per molti preoccupante marcia indietro.

Nel dicembre scorso, al momento del suo insediamento, il nuovo Capo dello Stato messicano, da uomo di sinistra, aveva infatti promesso che non avrebbe fatto “il lavoro sporco per Trump” e che avrebbe offerto aiuto ed assistenza agli immigrati in marcia verso il sogno americano. Nessun respingimento, dunque, a differenza del suo predecessore, il conservatore Enrique Peña Nieto. Sei mesi dopo però, annuncia a lettere cubitali un articolo di Usa Today [1], il Messico ha deciso di chiudere le frontiere. Perché la minaccia di Trump di ridiscutere gli accordi commerciali tra i due paesi, a partire dai dazi [2] al 5% dal prossimo 10 giugno, ha obbligato López Obrador a rivedere le sue ottimistiche promesse di accoglienza. Ed ai confini meridionali del Messico la guardia nazionale ha iniziato ad arrestare e respingere molti immigrati impedendo loro di proseguire verso nord. In più, stretto tra le pressioni di Washington e le crescenti proteste di molti settori della popolazione stanchi di questi arrivi in massa di stranieri, López Obrador dopo aver promesso e rilasciato 13mila visti umanitari a febbraio ne ha bloccato la prosecuzione. Usando come spiegazione ufficiale l'esaurimento dei fondi all'uopo dedicati e tacendo invece sul crescente malcontento di molte comunità locali esasperate dall'eccessiva presenza di honduregni, guatemaltechi e salvadoregni.

Nella Lampedusa messicana, Tapachula, città del Chiapas al confine con il Guatemala, la situazione si è fatta addirittura esplosiva. Nelle sue baraccopoli, sorte ovunque, regna degrado e disperazione. E come riferisce la rivista Ozy [3], le autorità messicane per la prima volta si trovano ad affrontare il difficile, doloroso problema dei minori stranieri non accompagnati. Un fenomeno nuovo a queste latitudini e in preoccupante aumento. Ma i problemi non finiscono qui. Visto che negli ultimi mesi all'interno delle carovane dei centroamericani è aumentata la presenza di immigrati provenienti da Cuba, Haiti e persino dall'Africa. Ma il dietrofront del governo messicano è arrivato, a parere di molti, tardi e fuori tempo impedendo che scoppiasse, come infatti è avvenuta, la guerra tra poveri.