I cervelli ritornano, ma a casa di mamma

Sul ritorno in patria causa pandemia dei cervelli italiani “fuggiti” all’estero, c’è poco da festeggiare e molto da riflettere. Infatti, dietro il picco (+20%) di nostri giovani fra i 18 e i 34 anni che nel 2020 sono rientrati in Italia, si celano tre grandi ombre nascoste dall’inspiegabile entusiasmo con il quale i più autorevoli quotidiani nazionali (e non) hanno accolto la notizia.

La prima riguarda coloro che sono rientrati perché hanno perso il lavoro. Conclusa la pandemia è facile immaginare che almeno una parte di essi, non avrà la capacità psichica ed economica per ricominciare da zero all’estero. I nuovi rimpatriati si aggiungeranno al già vasto bacino di loro coetanei disoccupati che vivono e/o sopravvivono in Italia grazie a quella formidabile riserva di Welfare familiare (stipendio dei genitori, pensione dei nonni) che primo o poi si esaurirà.

La seconda concerne i più fortunati che incentivati dal telelavoro hanno preferito passare i lockdown in patria tra il calore di amici, parenti e del clima mite del Bel Paese. Le previsioni sulle loro scelte future post pandemia sembrano altrettanto scontate: torneranno all’estero. Per la semplice ragione che la pandemia non ha cancellato, ma semmai accentuato, quelle carenze strutturali del mercato del lavoro italiano che li avevano spinti ad andare oltre confine. Insomma, è vero che grazie alle nuove tecnologie delle comunicazioni le occupazioni altamente qualificate possono essere svolte da ogni angolo del globo. Ma è altrettanto innegabile, come ha di recente notato Richard Florida, che finita la sessione su Zoom o su Meet, l’esercito cosmopolita dei the best and brightest continuerà a domandare servizi e infrastrutture avanzate che solo le regioni e le smart cities globali offrono loro.

Morale della favola, e qui arriviamo alla terza ombra. Anche sul tema dei cervelli in fuga la pandemia rischia di rappresentare la cartina al tornasole dei vizi del Bel Paese. Concentrati ad esultare per il ritorno dei nostri amatissimi talenti, continuiamo a non interrogarci sul perché non riusciamo, invece, ad attirare quelli altrui.

Il punto, come aveva notato oltre un ventennio fa Amartya Sen, sta proprio qui. Nel mondo globale, infatti, la competizione che più conta riguarda il livello e la qualità delle condizioni che i diversi territori sono in grado di offrire ai singoli. E’ questo il nuovo, potente magnete che orienta la decisione di partire o restare di coloro che hanno più doti e capacità di altri. A prescindere dal paese di origine, i cervelli sono e saranno sempre in movimento, per nostra fortuna.