I giudici europei dicono no ai trucchetti sull’immigrazione

La Corte di Giustizia UE ha lasciato a bocca asciutta i “furbetti dell’immigrazione” di casa nostra, chiarendo ancora una volta che i problemi di questa materia non si risolvono con i trucchetti. I giudici di Lussemburgo, infatti, intervenendo su due degli aspetti più spinosi del diritto d’asilo europeo hanno stabilito: 1) l’intangibilità del principio cardine del Regolamento di Dublino che impone allo Stato di primo approdo del rifugiato l’onere di valutarne la richiesta d’asilo. 2) che i visti umanitari che i paesi membri sono liberi di concedere, non sono un lascia passare per lo spazio Schengen.

Per capire bene di cosa parliamo, vediamo nel dettaglio il caso preso in esame dai supremi giudici. Che hanno rigettato il ricorso di un siriano e di due famiglie afghane che nel 2016, messo piede in Croazia, anziché fare domanda d’asilo in loco, incoraggiati dalle autorità croate, avevano presentato richieste di protezione internazionale rispettivamente in Slovenia e Austria. Che, però, le avevano respinte sulla base dell’argomentazione che ai sensi del regolamento di Dublino spettava alla Croazia, in quanto paese di primo approdo, l’onere di valutarle. Una vicenda, che molti in Italia avevano visto come via d’uscita dall’emergenza sbarchi, nata dalla decisione della Croazia, bocciata dai giudici, in base alla quale non potevano considerarsi illegali gli arrivi causati da un afflusso massiccio di sfollati. E che di conseguenza era così possibile bypassare i dettati di Dublino che, lo ricordiamo, non sono applicabili ai casi di ingressi regolari sul territorio UE.

Qui sta il punto. Per chiarire la distinzione tra attraversamento regolare o irregolare delle frontiere europee i giudici precisano che persino in circostanze eccezionali, (come quelle che nel 2015 videro i protagonisti di questa vicenda attraversare il corridoio balcanico insieme a un milione di migranti) il via libera all’ingresso che, vista l’emergenziale pressione alle frontiere, uno stato UE (è il caso della Croazia) dà a cittadini di paesi terzi senza regolari documenti non può essere equiparato e qualificato alla stregua della concessione di un visto, “in quanto esso viene per l’appunto richiesto al fine di consentire tale ammissione”. Dunque, l’eccezionalità dei flussi, non dà diritto al paese ospitante di trasformare l’ingresso illegale in un ingresso legale.

Ma c’è di più. Per segnare quanto sia cruciale, contro inganni e sotterfugi, la distinzione tra attraversamento regolare e irregolare delle frontiere, i giudici si spingono oltre. Tant’è che nel dispositivo della sentenza si legge che la facoltà che gli stati europei hanno, ai sensi del Codice frontiere Schengen, di concedere visti umanitari agli immigrati illegali che non hanno lo status di rifugiati è una forma di autorizzazione all’ingresso “valida soltanto sul territorio dello Stato membro interessato, e non per il territorio degli altri Stati membri”. Questo vuol dire, in soldoni, che un singolo governo può decidere liberamente di fare di tutta l’erba un fascio, senza distinguere i rifugiati dagli immigrati illegali, sanare la posizione di questi ultimi con l’escamotage dei visti umanitari ma, badate bene, senza sperare, come abbiamo già fatto in passato, di scaricarli oltre confine.

Morale della favola: anche per l’Italia gli afflussi massici non sono una buona scusa, forse a qualcuno dispiacerà, per disattendere il regolamento di Dublino, rifiutandosi di identificare, e dunque, distinguere i richiedenti asilo dagli immigrati irregolari.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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