I latinos si turano il naso e lo votano

Lo scorso 3 gennaio la stampa di mezzo mondo riportò con grande ma non sempre favorevole enfasi la frase “God is on our side pronunciata da Trump a proposito della riuscita eliminazione poche ore prima di Qassam Soleimani. Non prestando però la dovuta attenzione alla particolarità del luogo ed alla speciale platea scelte dal Presidente per annunciare pubblicamente l’eliminazione di un nemico tanto potente.

Quel giorno, infatti, ad ascoltare le parole del capo della Casa Bianca erano accorsi migliaia di immigrati della comunità latina. Che avevano occupato tutti i posti disponibili dell’enorme chiesa appartenente alla maggiore congregazione degli ispanici evangelici americani: la King Jesus International Ministry di Miami. Un evento rilevante non solo per le dimensioni della partecipazione. Ma soprattutto in ragione del fatto che in vista delle elezioni presidenziali del prossimo novembre esso rappresenta - come ha subito fatto notare il presidente dalla League of United Latin American Citizens Domingo Garcia - un segnale di allarme per l’opposizione democratica. Da sempre convinta di poter sfruttare elettoralmente il malcontento dei latinos nei confronti del giro di vite anti immigrati imposto da Trump.

Una convinzione che, non a caso, gli esponenti più in vista del partito dell’asinello tornano di continuo a ribadire. Consapevoli che da esso dipende molto del loro futuro. Nel 2020, infatti, gli elettori latino-americani, superando la soglia dei 32 milioni, costituiranno la minoranza più numerosa con diritto di voto. Ma è qui che per i democratici made in US nascono i problemi. Non solo perché il 29% dei latinos che nel 2016 aveva votato per Trump nelle successive elezioni di medio termine del 2018 è salito addirittura al 32%. Ma soprattutto in ragione del fatto che, differentemente da quanto si tende a credere, una larga fetta di questo elettorato dimostra una scarsa sintonia con il modo di essere e di fare del partito dell’opposizione.

Ed in particolare con l’estremismo verboso di molti suoi rappresentanti. Che si ostinano a non capire che come tutti gli elettori del ceto medio anche quelli delle minoranze è vero che rivendicano più tasse per i ricchi e una migliore sanità pubblica, non intendono sentire parlare di frontiere aperte e di più immigrazione. Come invece molti di loro continuano irrealisticamente a proporre. E che per questo appoggiano, anche a costo di “turarsi il naso”, la sicurezza ai confini targata Trump.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

Iscriviti alla newsletter: