I loro salari non crescono per colpa degli immigrati

A puntare il dito contro gli immigrati, dopo la gente, ci si mettono anche le élite. L’inedita, clamorosa tendenza arriva dalla Germania. “È colpa dei nuovi arrivati”, ha detto il Presidente della Bundesbank Jens Weidmann, se mentre l’economia tedesca va come il vento, i salari rimangono al palo.

Nel mirino di quello che potrebbe essere il successore di Mario Draghi alla Banca Centrale Europea, dunque non proprio Mr. Nessuno, ci sono 2,7 milioni di lavoratori stranieri che Oltrereno, accontentandosi di stipendi da fame, abbassano la media di quelli nazionali.

L’uscita di uno dei banchieri più potenti d’Europa, se non è una rivoluzione, poco ci manca. Perché, per una volta, dopo lunghi silenzi, un rappresentante dell’establishment europeo dà voce ai left behind del Vecchio Continente impauriti dall’immigrazione e declassati dalla globalizzazione. Una novità assoluta.

Fino a oggi, infatti, questo esercito di globalizzati e scontenti (Saskia Sassen) ha trovato conforto in quei partiti neopopulisti che da Marine Le Pen in Francia fino a Jimmie Akesson in Svezia avevano, con straordinario anticipo rispetto ai competitor, colto, cavalcato e cercato di sfruttare le loro difficoltà.

Sottrarre, come ha fatto Jens Weidman, queste problematiche al monopolio degli impresari politici della paura, può, forse, essere un primo passo per individuare soluzioni serie e concrete. Proviamo a fare un esempio.

Il caso tedesco, in cui l’economia tira ma gli stipendi no, dimostra, forse, quello che George Borjas [1], pioniere mondiale degli studi sull’impatto dell’immigrazione nell’economia dei paesi ospitanti, sostiene da trent’anni. Ovvero che quando il mercato del lavoro non è segmentato e quindi nazionali e immigrati sono in competizione, l’aumento della disponibilità di risorse umane straniere disposte a fare determinati mestieri, diminuisce il valore della loro prestazione, e dunque del salario. A scapito degli operai autoctoni che hanno le medesime expertise dei nuovi arrivati, ma a favore dei loro datori di lavoro. Con l’arrivo della manodopera immigrata, dunque, tra i nazionali c’è chi perde e chi guadagna.

La soluzione neopopulista, sbattiamoli fuori e sbarriamo le frontiere, è fuffa, strizza l’occhio ai perdenti, ma ignora i vincenti: quale imprenditore lombardo o bavarese rinuncerebbe senza batter ciglio alle braccia straniere a buon mercato?

La soluzione alternativa a quella neopopulista, cioè quella dei partiti di governo, dell’establishment, che dovrebbe saltar fuori, ad esempio, dai vertici e contro vertici di Bruxelles, non c’è. Su questi temi, scottanti e impopolari, i premier di mezza Europa balbettano. Adesso, però, la misura è colma. E il Presidente della Bundesbank ha dimostrato di averne contezza.

Se la discesa delle élite nel campo dell’immigrazione porterà all’elaborazione di proposte non populiste ma di buon senso partendo, ad esempio, non dal se ma dal come e a chi ridistribuire il surplus generato dai nuovi arrivati, è ancora presto per dirlo.