I primi populisti non chiedevano il reddito di inserimento

Populista è un termine complesso, dai molteplici significati, espressione di lunghe vicende storiche che iniziano nella seconda metà del XIX secolo. È infatti la traduzione della parola russa narodničestvo. Che, a sua volta, deriva da narod, ovverossia 'popolo'. Usato in Russia per la prima volta intorno al 1870, entrò a pieno titolo nel linguaggio politico comune intorno al 1875 grazie al movimento rivoluzionario dei narodnik, ovverossia 'populisti'.

Ciò che bisogna ricordare, e che spiega molto se non tutto del perché nacque il populismo russo, è che esso era convinto che la strada della redenzione del paese era possibile unicamente sulla base delle sue specificità. In ragione del fatto che solo la Russia poteva “indicare al mondo sviluppato, per quanto materialmente più opulento, la via della soluzione democratica e popolare della questione sociale: ex Oriente Lux[1] [1].

Qui il contrasto con la realtà economico-industriale europea e con il panorama sociale proletarizzato su cui invece i socialisti ed i marxisti del Vecchio Continente puntavano le loro speranze. Ecco la ragione fondamentale del perché tra i populisti (anche se rivoluzionari) e la sinistra occidentale non sia mai più corso buon sangue. Insomma, all’opposto della lettura che ne davano i “socialisti non populisti”, per i narodnik l’arretratezza dell’economia e dei rapporti di produzione non erano un male né rappresentavano un ostacolo nella lotta per l’emancipazione sociale delle masse. Quella che vista con gli occhi dell’Occidente risultava essere pura e semplice arretratezza (da combattere) ai loro non era assolutamente tale. In quanto consentiva (su questo i narodnik erano in piena sintonia con l'orgoglio 'grande-slavo' o addirittura panslavista dei reazionari 'slavofili') di “saltare” le forche caudine ed i danni sociali dello sviluppo capitalistico. Che “la sinistra europea” riteneva essere una tappa dolorosa ma ineludibile.

Per i narodniki, di conseguenza, il terreno più favorevole della lotta verso “il sole dell’avvenire”, non erano le città dei grandi agglomerati operai, ma le campagne ed i contadini che vi lavoravano. “Non l'industria anonima e spersonalizzante, ma il mondo patriarcale e fortemente coeso della produzione rurale associata. Il soggetto rivoluzionario per eccellenza era di conseguenza costituito dai contadini, che si identificavano in toto appunto con il popolo e con la virtuosa morale comunitaria che lo contraddistingueva, e non dagli operai, consustanziali - tanto da esserne il prodotto più clamorosamente visibile - con il processo capitalistico-borghese, un processo che corrompeva i costumi imborghesendoli con miraggi mercantili, divideva la comunità, degradava il tessuto sociale, creava individui e individualismi, allontanava dalle radici profonde, e naturali, della vita collettiva. Il socialismo, o il comunismo, non erano l'esito più o meno inevitabile dello sviluppo capitalistico giunto alla sua fase di massima espansione, ma esistevano da tempo nell'organizzazione sociale e nel grembo antico delle istituzioni comunitarie russe.

Il “Che fare?” (teniamo bene a mente questa domanda) perciò, non poteva né doveva essere quello, come proponevano invece socialisti e marxisti, di assecondare lo sviluppo storico, presunto alleato della causa dell'emancipazione operaia. Ma quello di agire semplicemente e direttamente per liberare l'immensa maggioranza contadina, in sé già socialista, dalle sovrastrutture parassitarie dello zarismo autocratico-liberticida e dell'aristocrazia fondiaria. È in questo quadro che nacque, crebbe e morì l’esperienza rivoluzionaria dei primi populisti della storia.

Il ciclo delle loro lotte prese dunque il via con gli anni ’70 dell’800. In coincidenza con la morte di Herzen, l'uomo che, nell'esilio, aveva rappresentato il movimento democratico e socialista russo. Per proseguire, intorpidendosi, con l’affare Nečaev. Che portò alla messa all’angolo dell’ala populista settario-cospirativa, favorendo, invece, il grande movimento della ''andata al popolo” e della propaganda degli studenti nelle campagne (1874-1877). L’evento storico successivo fu la nascita, nel 1876, della prima organizzazione rivoluzionaria panrussa, la Zemlja i volja. Da cui si scisse, nel 1879, l’ala denominata Narodnaja volja. Il cui febbrile spontaneismo terrorista culminò, nel 1881, con l'assassinio di Alessandro II, primo ed ultimo zar riformatore. A sei anni di distanza, in coincidenza del VI anniversario della sua morte, la polizia di San Pietroburgo arrestò il 1º marzo 1887 i fratelli Aleksandr ed Anna Ulijanov. Con l'accusa di aver progettato, insieme ad altri studenti affiliati alla Narodnaja Volja, un attentato dinamitardo contro il nuovo sovrano Alessandro III. Mentre la sorella Anna, estranea ai fatti, venne rilasciata pochi giorni dopo, Aleksandr, nell’intento forse di scagionare gli altri membri del gruppo, si accollò tutte le responsabilità. Condannato a morte, rifiutò di presentare domanda di grazia e l'8 maggio dello stesso anno venne impiccato con altri quattro compagni[2] [2].

La vicenda legata all’esecuzione del giovane terrorista populista Alexander, pur rilevante in sé, conserva un posto di particolare rilievo negli annali della storia soprattutto per un altro evento ad essa collegato, sia pur indirettamente. Rappresentò, infatti, un passaggio decisivo, se non addirittura fondamentale, nella formazione politica di suo fratello Vladimir Il’ic’ Lenin, che di lì a vent’anni avrebbe guidato la rivoluzione bolscevica del 1917. Fu proprio riflettendo sugli errori politici che avevano portato Aleksandr sul patibolo che Lenin maturò la sua spietata critica nei confronti dell’impianto culturale del populismo e della loro strategia politica. Ed in particolare dell’erroneità del sovversivismo e del terrorismo con cui essi immaginavano, e speravano, di riuscire a spingere alla rivolta le masse contadine alla rivolta. Riflessione conclusa e sistematizzata, anni dopo, nelle famosissime pagine del Che Fare il suo libro in assoluto più celebrato. Con cui convinse Stalin, Trotskij e tutti gli altri componenti dell’originario gruppo di ferro bolscevico che solo una strategia rivoluzionaria basata sull’alleanza tra avanguardia marxista (bolscevica) e classe operaia avrebbe consentito di conquistare il potere.

[1] [3] Cfr. Ibidem

[2] [4] Cfr. L. Fischer “Vita di Lenin” 1973