I rifugiati si rivolgano a Marie Kondo prima di partire

Per gli immigrati del Terzo Millennio viaggiare informati è più facile ma più rischioso che in passato. Infatti nella babele di app e siti web che offrono gratuitamente consigli su come organizzare il viaggio e sui paesi di destinazioni è sempre più probabile imbattersi in notizie false o datate, quando va bene. Volutamente fuorvianti, quando va male.

A porre il problema, tutt’altro che banale, è stata Meghan Benton con un dettagliato studio (Digital litter: the downside of using technology to help refugee) appena pubblicato dal Migration Policy Institute di Washington. Le riflessioni della ricercatrice americana partono da un quesito che fino a oggi in pochi si erano posti: chi si occupa di ripulire il web dalla spazzatura digitale? Insomma, chi si fa carico di eliminare il pulviscolo di pagine e portali online scaduti, non aggiornati o del tutto inaffidabili che disorientano le ricerche degli utenti, nel caso di specie immigrati?

Domande almeno lecite. Soprattutto se si tiene conto, come ha fatto Meghan Benton, delle rare ricerche scientifiche internazionali (ad esempio quelle condotte dalla Open University e da France Medias Monde) che hanno dimostrato quanto sia breve la vita delle numerose iniziative online a favore di immigrati e rifugiati. Caso esemplificativo il biennio 2015-2016 che con l’apice della crisi migratoria euro-mediterranea ha visto un proliferare senza precedenti di servizi web, governativi e non, riservati ai nuovi arrivati di cui oggi non c’è più traccia.

Che fare? La soluzione-provocazione avanzata dalla studiosa d’Oltreoceano è quella di adottare contro questo ginepraio digitale il metodo Marie Kondo. La nota scrittrice giapponese che ha venduto milioni di copie in mezzo mondo spiegando ai suoi lettori come mettere ordine in casa eliminando il superfluo (in cima alla blacklist le inutili bomboniere dei matrimoni) potrebbe, in effetti, tornare utilissima alla causa. Ma a chi spetta la competenza in materia: Ong, Stati o enti sovranazionali?

Domande che, forse, dovrebbero entrare nell’agenda politica di chi ha a cuore la governance del fenomeno migratorio.