I talenti fuggono, il Venezuela muore

Oltre al più grande esodo umano della storia sudamericana, ciò che sta uccidendo il Venezuela è la fuga dei suoi “cervelli”. Che sempre più numerosi emigrano verso l’Europa (in particolare in Spagna), per usare le loro capacità professionali e rifarsi una vita. Un’emorragia di talenti che se pur iniziata nel 1999, con l’avvento del regime di Chavez, ha ultimamente assunto dimensioni tali da richiamare l’attenzione di un’indagine pubblicata recentemente sul Financial Times. Dalla quale emerge un quadro che definire disastroso è poco. Cominciamo col dire che la stragrande maggioranza dei tre milioni di profughi venezuelani ha trovato rifugio nelle nazioni confinanti. Un trend che negli ultimi 5 anni è cambiato. Visto che dal 2014 gli arrivi in Europa sono più che raddoppiati. Basti considerare che dal 2014 a oggi i venezuelani nella Penisola iberica sono passati  da 155mila a 274mila. Se venissero contati anche i clandestini supererebbero la soglia dei 400mila. Ma il dato che più emerge è la caratteristica di questa diaspora. Che oltre a essere altamente qualificata è decisa, secondo un’indagine del sociologo Tomás Páez dell’Università Centrale del Venezuela, a non tornare più indietro. Nemmeno se Maduro lasciasse il potere. Perché come sostiene Andrew Selee, presidente del Migration Policy Institute di Washington, “una volta che le persone mettono radici altrove, è molto difficile per loro tornare a casa”. È chiaro quanto questo costerà a quello che una volta era il Paese più ricco dell’America Latina.

Grazia De Vincenzis

Giornalista con 25 anni di attività nel mondo dell’informazione cartacea, digitale e radiofonica.

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