I white poor si accasano da McDonald’s

Chissà se qualcuno degli accigliati soloni che hanno puntato il dito accusatore contro la scorretta dieta alimentare suggerita da Trump con una delle sue classiche “uscite” (meglio la pizza che la verdura) ha provato a discuterne con i milioni di statunitensi nullatenenti di cui parla “Dignity: Seeking Respect in Back Row America”. Il recentissimo, coraggioso lavoro dell’americano Chris Arnade. Che con un lungo viaggio alle radici della dilagante povertà del suo paese ne ha scoperto un intero esercito, non di immigrati ma di americani emarginati, là dove mai nessuno avrebbe mai immaginato: i McDonald's. Che sparsi ai quattro angoli delle grandi periferie urbane rappresentano un rifugio per i tantissimi che non sanno dove e come sbarcare il lunario. Perché offrono loro per pochi dollari, oltre a patatine fritte ed hamburger, anche un posto caldo dove leggere, ricaricare il telefonino e, quando capita, scambiare quattro chiacchiere.

Un quadro certo parziale ma preoccupante di un paese inquieto e pericolosamente lacerato. Che non solo ha smesso di essere giovane, visto che le nascite diminuiscono come mai in passato. Ma nel quale, cosa pressoché sconosciuta nel resto del mondo industrializzato, sono tre anni consecutivi che le aspettative di vita anziché aumentare diminuiscono. Secondo l’ultimo rapporto del Journal of American Medical Association, infatti, la soglia della vita media del paese è oggi scesa a 72 anni contro gli 82 del Giappone e di molte nazioni del Vecchio Continente.

Dati che sembrano fare a pugni con quelli in galoppante crescita della sua economia. Ma che più di tante parole aiutano a comprendere cosa c’è dietro l’irruzione vincente ma destabilizzante di Trump e del trumpismo. E le ragioni per le quali milioni di elettori di questa “America a parte” che nel 2012 avevano votato per Obama, nel 2016 hanno invece deciso, in polemica con l’establishment sia democratico che repubblicano, di plebiscitare un outsider miliardario newyorkese.