Idee per il nuovo governo dell’immigrazione

Poiché per il nuovo Governo l’immigrazione rappresenterà una questione assai delicata è auspicabile che i suoi interventi, per evitare guai peggiori di quelli che intende mettersi alle spalle, siano improntati alla massima prudenza. Scansando la trappola, in cui sono finiti in passato altri esecutivi, che nell’euforia del loro insediamento hanno fatto promesse dimostratesi poi nei fatti sbagliate o irrealizzabili. Come sarebbe quella, da qualcuno in questi giorni addirittura invocata, di “buttare a mare” la Bossi-Fini e promulgare l’ennesima, nuova legge sull’immigrazione. Accompagnata, ça va sans dire, dalla sanatoria in massa delle centinaia di migliaia di immigrati che, nonostante il diniego della richiesta di asilo e la promessa (non mantenuta) di rimpatrio da parte di Salvini, continuano ad essere presenti sul nostro territorio.

Un errore che su un terreno minato com’è quello dell’immigrazione in Italia rischia non solo di essere politicamente e culturalmente regressivo. Ma di compromettere definitivamente la credibilità e l’attendibilità delle nostre proposte per un futuro, profondo cambiamento delle regole dell’asilo e dell’immigrazione a livello europeo. Anziché pensare a radicali ma rischiosissime innovazioni palingenetiche sarebbe molto meglio se la nuova coalizione di governo si concentrasse su alcune urgenti “necessità” della nostra immigrazione. In particolare quattro:

1) abrogare il reato penale di clandestinità. Perché, come ricorda Paolo Borgna da anni in prima fila nella lotta contro la tratta o lo sfruttamento degli esseri umani “è proprio questa norma, all’apparenza draconiana, che rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio per evitare di essere rimpatriati”.

2) modificare le attuali norme degli ingressi per lavoro. Il sistema dei “flussi” fin qui utilizzato, infatti, non funziona. Per la semplice ragione che subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto.

3) riorganizzare le strutture preposte al governo dell’immigrazione. Un’operazione per nulla semplice vista la rigidità della nostra struttura amministrativa e la sua storica avversione ai cambiamenti dei suoi storici equilibri di potere e delle relative, interne aree di competenza. Difficoltà che si possono ovviare creando all’interno delle diverse amministrazioni che hanno voce in capitolo un network operativo di funzionari non solo specializzati ma stabilmente ed esclusivamente dedicati al governo dell’immigrazione.

4) risolvere presto e bene la questione della cittadinanza dei figli degli immigrati nati in Italia. Con un modello misto che sfruttando, con tutte le necessarie modifiche, la legge ’91 del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione consumatasi nel nostro Paese tra i fautori dello jus soli sì, jus soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

Iscriviti alla newsletter: