Il Covid non frena le rimesse degli immigrati

Gli ultimi dati sulle rimesse degli immigrati in Italia confermano che l’immigrazione è lo specchio del Paese ospitante. Nel 2020, a fronte di un vero e proprio crollo su scala globale, i flussi di denaro inviati dagli immigrati d’Italia nelle ex terre di origine sono invece significativamente cresciuti. Infatti, come evidenziano i dati dell’ultimo, recentissimo bollettino statistico di Bankitalia, nei primi nove mesi dell’annus horribilis 2020 le rimesse degli immigrati hanno segnato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un aumento del 19%. Passando in termini assoluti da 4,4 a 5,3 miliardi di euro. Dunque all’opposto di quelli del resto del Pianeta gli stranieri del Bel Paese nel picco della pandemia non hanno rallentato ma intensificato l’invio di denaro a casa.

Come spiegare questa non trascurabile disponibilità di denaro in un periodo di massima crisi economica?

La risposta è forse da rintracciare in alcune caratteristiche specifiche del tessuto sociale ed economico dell’Italia. Che con tutta evidenza sembra avere influenzato i comportamenti degli immigrati. Siamo notoriamente un popolo di risparmiatori. Tant’è che, secondo Unimpresa, nel 2020, proprio come rilevato per gli stranieri, la liquidità nei conti correnti delle famiglie e delle aziende italiane è cresciuta rispettivamente del 7% e del 20,8% fino a sfiorare un totale 2 mila miliardi di euro, cifra assai più alta del valore del Prodotto Interno Lavoro. E’ un boom di riserve spiegabile certo con la nostra storica propensione al risparmio (e col fatto che i lockdown riducono le occasioni di spesa), ma anche col prosperare dell’informale che è un altro tratto distintivo dell’economia italiana. Perché è vero che la pandemia ha paralizzato settori cardine del nostro mercato sommerso: bar, ristoranti e hotel. Ma altrettanti, agricoltura e servizi pubblici e privati, hanno, invece, continuato ad offrire, con tutte le difficoltà del caso, impieghi irregolari, sia agli italiani che agli stranieri. Si tratta peraltro spesso di soggetti che proprio perché formalmente disoccupati usufruiscono di diverse forme di sussidi pubblici (es. il reddito di cittadinanza) che sommate alle entrate derivanti dal lavoro sommerso possono almeno in parte spiegare il perché i salvadanai degli autoctoni come quelli dei nuovi arrivati siano gonfi di liquidità.

Detto questo rimane da capire perché gli immigrati hanno dirottato così tanti risparmi nei Paese di origine. Sono tre i possibili scenari.

1) Si può presumere, soprattutto per gli immigrati dell’Europa dell’Est, che le restrizioni anti-Covid abbiano limitato con la libera circolazione la possibilità di trasferire informalmente le rimesse in patria attraverso periodici viaggi. Finendo per essere obbligati, di conseguenza, a ricorrere ai canali formali come MoneyGram e consentendo alle autorità italiane di avere contezza di un flusso di denaro che in precedenza passava sotto traccia.

2) Si può supporre che l’effetto pandemia abbia impaurito una fetta degli immigrati a tal punto da spingerli a pensare di dovere abbandonare definitivamente l’Italia. Cosa che li ha convinti a togliere i contanti da sotto il materasso per inviarli a casa.

3) Si può, infine, ipotizzare che gli immigrati abbiano aumentato il flusso delle rimesse semplicemente a supporto dei loro cari residenti in Paesi meno avanzati che più di altri hanno subìto i contraccolpi economici della pandemia.

Un dato, tuttavia, sembra certo. La disponibilità di liquidità che ha consentito agli immigrati di inviare anche in un momento di crisi un così elevato flusso denaro in patria, indica che almeno dal punto di vista economico si sono adattati ai vizi e alle virtù del Paese che li ospita. Forse sono più integrati di quanto pensiamo.