Il diritto all’asilo si salva riformando Ginevra

In questo tragico 2020 oltre al Covid-19 sono sfuggite di mano alla comunità internazionale anche le emergenze umanitarie. Lo storico boom di rifugiati, più di 80 milioni nel mondo, ha evidenziato negli ultimi dodici mesi le sempre più vistose crepe della governance globale del diritto d’asilo incentrata sulla Convenzione di Ginevra del 1951. Soprattutto su due fronti.

Il primo riguarda il fatto che, come ha di recente segnalato David Frum dalle colonne dell’autorevole magazine statunitense The Atlantic, i potenziali rifugiati del XXI secolo coincidono solo in parte con quelli tutelati in base alla Convenzioni di Ginevra del 1951. Alle vittime di discriminazioni e violenze di Stato (pensiamo ad esempio ai siriani in fuga da un paese in guerra da 7 anni) si è aggiunta, infatti, una eterogenea galassia di vulnerabili. Che chiedono asilo non perché vittime di violenza pubblica (statale) ma privata (famiglia, gang criminali, etc.). Cosa che mezzo secolo fa nessuno aveva previsto. Eclatante il caso degli Stati Uniti che registrano un netto aumento del flusso migratorio (carovane organizzate di migliaia di persone in marcia verso il confine americano) dal Centro-America (Nicaragua, Honduras, Salvador e Guatemala). Dove la guerra tra bande criminali ha causato la fuga di migliaia di persone. La complessità di questo fenomeno mette in discussione sia la definizione di asilo, sia la dicotomia tra migrazione forzata e mobilità volontaria. Infatti, questi migranti centro-americani sono al contempo definiti clandestini e richiedenti asilo. Molti di loro, non essendo vittime di violenza da parte di uno Stato, ma di privati, infatti non rientrano nella fattispecie indicata dalla Convenzione di Ginevra. Mentre altri, sulla base di una interpretazione estensiva della stessa, ne fanno parte a pieno titolo e, per questo, hanno le carte in regola per ottenere lo status di rifugiato.

Il secondo è stato a più riprese denunciato dall’Alto Commissario ONU per i rifugiati, Filippo Grandi: "Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati, oggi, non soltanto siano largamente più diffusi, ma, inoltre, non costituiscano più un fenomeno temporaneo e a breve termine”, come, invece, prevede la Convenzione siglata 70 anni fa nella cittadina svizzera. La maggioranza dei rifugiati nel mondo rientra, infatti, nella categoria tecnicamente nota dei protracted, cioè quelli costretti a vivere lontano da casa da almeno 5 o più anni. Un trend che sembra destinato a crescere, come dimostra una ricerca longitudinale e condotta dall’Overseas Development Institute (ODI) di Londra. In base alla quale, tra il 1978 e il 2014, l’80% delle emergenze umanitarie si è risolta dopo 10 o più anni e solo 1 su 40 nell’arco di tre anni. Le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo che in passato. Il conflitto in Somalia, ad esempio, va avanti da quasi trent’anni. È, inoltre, maggiore la frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (tra le più gravi oggi spiccano Siria e Venezuela, ma negli ultimi cinque anni anche Sud Sudan, Congo, Yemen, Burundi, Ucraina, Repubblica Centrafricana hanno fatto registrare gravi instabilità politiche). La tempestività con cui si riescono a trovare soluzioni per rifugiati e sfollati interni è andata diminuendo dalla fine della Guerra Fredda. A peggiorare il quadro, il numero sempre minore di rifugiati che riescono a fare ritorno a casa: alla fine del Novecento si registrava una media annua di 1,5 milioni mentre negli ultimi 10 anni non sono stati oltre i 385 mila.

Siamo dunque di fronte ad uno scenario che, come sostengono gli stessi vertici dell’UNHCR, testimonia oltre ogni ragionevole dubbio che la vecchia strumentazione di gestione del sistema internazionale dell’asilo non tiene più. Una verità che deve però fare i conti con la difficoltà di riuscire persino a capire chi è l’autorità in grado di mettere mano alla loro riforma. Soprattutto in un mondo che per la prima volta dal Secondo Dopo Guerra appare privo di una riconosciuta leadership globale.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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