Il fattore g dei pro e dei contro all’immigrazione

C’è il fattore g dietro lo scontro che in mezzo Occidente divide l’esercito dei pro da quello dei contro la globalizzazione e l’immigrazione. La g di geografia aiuta, infatti, moltissimo a decifrare le dinamiche che spingono un crescente numero di nuove leve a schierarsi da una parte o dall’altra della barricata. Dall’analisi dei flussi elettorali in Europa come Oltreoceano emerge con tutta evidenza che i super globalisti pro-immigrazione vivono nel cuore delle megalopoli occidentali. Mentre i loro oppositori abitano, come ha sostenuto il geografo francese Jacque Levy, le zone periurbane (e rurali) dove di questo nuovo mondo iper-tecnologico e senza barriere si vedono solo gli enormi svantaggi. Intorno a questo cleavage territoriale si sta dunque consumando una durissima battaglia che, rispetto al passato, non è più di classe ma per l’appunto di natura geografica.

Per capire di cosa parliamo è, forse, utile riprendere i dati emersi da un recente e assai raffinato speciale del Financial Times dall’emblematico titolo The Future of Cities. Che segnala, ad esempio, come il 75% degli investimenti negli Stati Uniti finisca in tre aree metropolitane (Silicon Valley, New York e Boston) che ospitano appena il 10% della popolazione americana. Per dirla con Richard Florida, che prima di altri ha colto questo problema, si tratta di veri e propri picchi di eccellenza tecnologica, economica e politica che grazie alla capacità di attirare talenti e finanziamenti internazionali vanno a gonfie vele mentre il resto del mondo rimane a guardare. Sempre più frustrato e arrabbiato al punto da affidarsi ai partiti sovranisti in cerca di aiuto e protezione.

Un gap, quello tra perdenti e vincenti della globalizzazione, destinato a minacciare seriamente la pax sociale dei paesi occidentali. Sarà, forse, per questo che Steve Case l’ultramilionario fondatore di AOL, proprietario di giganti come Yahoo e Huffingtonpost, ha spiazzato molti suoi colleghi lanciando un maxi programma di finanziamento di progetti imprenditoriali nelle regioni americane extra-urbane. Una mossa, quella di Steve Case, più politica che economica. Difficile immaginare, quantomeno nel breve-medio periodo, che possa trarre lauti guadagni da investimenti in zone del tutto prive dei fondamentali (infrastrutture, tecnologie, risorse umane, etc.) necessari per giocare nel campionato globalista. Ma, al contempo, è facile prevedere che la sua offerta d’aiuto possa riabilitare l’immagine delle elités economiche agli occhi degli arrabbiati che vivono fuori o ai margini delle grandi città. Con la speranza che domani comincino a negare il consenso che fino a oggi hanno dato a politici sovranisti come Donald Trump. Che non a caso ha dimostrato di volere smantellare i capisaldi di quell’ordine internazionale post-seconda guerra mondiale (es. diplomazia multilaterale, libera circolazione delle merci, etc.) che hanno fatto la fortuna di colossi come Facebook o Apple

In questa sua nuova avventura politica il boss di AOL potrebbe contare, per ovvie ragioni, sui sindaci delle megalopoli occidentali. Come, per fare un esempio a noi vicino, quello di Milano. Che non a caso è al centro della suddetta indagine del Financial Times sullo strapotere delle città. Riusciranno i Sala da una parte all’altra dell’Atlantico, in collaborazione con i big delle multinazionali, a costruire una proposta politica alternativa a quella dei sovranisti e, soprattutto, capace di rincuorare i perdenti della globalizzazione togliendo terreno ai sovranisti?

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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