Il futuro dell’immigrazione si gioca al tavolo africano

È ufficiale. Grazie alla Corte di Giustizia UE è ormai chiaro, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il no dei paesi dell’Est alla redistribuzione dei profughi arrivati in Italia e Grecia ha un unico fondamento: quello dell’egoismo politico. Una verità che per Carlotta Sami, portavoce dell’UNHCR, è “un’ottima notizia”. Perché – ci dice nel corso di un’intervista rilasciata nella sede romana dell’Agenzia ONU per i Rifugiati- “ribadisce l’obbligo di solidarietà fra gli Stati europei nella gestione dei richiedenti asilo”. Un obbligo che, questo il cuore del problema dei problemi, che può rappresentare la chiave di volta “per superare ragionevolmente i limiti del regolamento di Dublino” che, invece, scarica sugli Stati di primo approdo (principalmente Roma e Atene) l’onere di registrare e accogliere i candidati allo status di rifugiato.

Ma a mettere di buon umore la portavoce dell’UNHCR non sono stati solo gli eurogiudici, anche le conclusioni del Vertice di Parigi sui migranti dello scorso 28 agosto. Perché “per la prima volta i principali Stati UE (Spagna, Germania, Francia, Italia) si sono seduti intorno a un tavolo per studiare, in modo serio e approfondito, con i partner africani possibili soluzioni per la gestione di migranti e rifugiati verso l'Europa”.

Nella capitale francese sono state, infatti, prese decisioni, non solo importanti ma senza precedenti. Che prevedono, tra l’altro, il coinvolgimento dell’UNHCR (in collaborazione con l’OIM) nella gestione e assistenza dei richiedenti asilo in Ciad e Niger. Dove “avremo una duplice mission i cui dettagli sono ancora da negoziare con i governi e le istituzioni europee e africane. La prima: rafforzare e implementare il sistema di accoglienza dei rifugiati in Ciad e Niger. Questo significa, ad esempio, che ci faremo carico di verificare e assicurare che a chi viene accolto in questi paesi vengano garantiti gli standard previsti dalla Convenzione di Ginevra del 1951. La seconda: selezionare tra i rifugiati già registrati nei nostri campi in territorio nigerino e ciadiano (ma anche in altri paesi africani) una lista di soggetti particolarmente vulnerabili da reinsediare attraverso canali legali, sulla base di un impegno ad accogliere da stabilire, nei paesi UE. Un aspetto quest’ultimo che Carlotta Sami considera “cruciale”. Per la semplice ragione che “se freniamo le partenze illegali dobbiamo farci carico di aprire, per i rifugiati, canali legali. Sulla base dei rifugiati che l’UNHCR ha registrato in Africa Occidentale, Orientale e Settentrionale, stimiamo che la nostra lista di persone più vulnerabili e quindi candidati al reinsediamento possa raggiungere quota 380 mila.

Ma quali sono i paesi europei disposti a farsene carico?

La risposta arriverà dall’esito delle trattative avviate a Parigi ma non ancora concluse. Noi, in prima battuta, chiediamo disponibilità per 40 mila posti”.

E dei migranti che oggi vivono nell’inferno libico chi se ne occupa?

“Noi consideriamo la Libia un paese non sicuro. Per chi si trova in condizioni di estrema emergenza stiamo valutano l’ipotesi di attivare, come già sperimentato in Costa Rica e Romania, un Evacuation Transit Mechanism (ETM), che prevede il trasferimento d'urgenza di persone molto a rischio verso il Niger: è uno strumento essenziale di protezione.

In linea generale, invece, il nostro staff in loco, coordinato da Roberto Mignone che da Giugno è il nuovo rappresentante UNHCR per la Libia, ha quattro obiettivi, offrire assistenza: a migranti e rifugiati reclusi nei centri di detenzione libici ai quali abbiamo, almeno in parte, accesso; agli oltre 200 mila sfollati,; a coloro che sono intercettati in mare e sbarcati nel paese e selezionare possibili candidati al reinsediamento. In tutto questo diviene essenziale ampliare i canali di accesso umanitario”.

E, invece, agli italiani che, a torto o ragione, si sentono minacciati dai nuovi arrivati come risponde?

Scuola, formazione e lavoro anche per richiedenti asilo che sono in attesa di ricevere una risposta alla loro domanda di protezione. Non possiamo continuare a lasciarli per mesi se non per anni in un vero e proprio limbo che rischia di diventare un formidabile bacino di manodopera in nero, quando va bene. E di attività illegali, quando va male”.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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