Il Minnesota non teme la neve ma i somali

“Queste persone non provengono dalla Norvegia”. Basta questa frase per riassumere il lungo reportage del New York Times dalla città di St. Cloud, in Minnesota, che non ne vuole più sapere di accogliere rifugiati somali. L’articolo tratteggia una tipica città del Midwest che si riscopre razzista e islamofoba. Con la comunità Wasp che si sente minacciata dal repentino aumento degli immigrati provenienti dal Corno d’Africa. Uno spaccato della provincia americana che spiega il successo di Trump nel 2016 e la probabile riconferma nel 2020. A St. Cloud sono sorte negli ultimi anni molte associazioni che gravitano nella galassia dell’estrema destra. La paura di fondo è quella della “sostituzione dei bianchi”, una teoria del complotto razzista legata al calo dei tassi di natalità, che riecheggia in tutti i discorsi che si fanno al bar o sulle chat, o nei talk delle radio religiose. E se le chiese evangeliche sono sempre state in prima linea nella battaglia di Trump contro gli immigrati, quello che colpisce è il cambio di atteggiamenti della comunità cattolica. Dopo un’aggressiva campagna denigratoria contro la Caritas locale essa ha deciso di non partecipare più al programma statale di assistenza ai rifugiati. Oggi, infatti, fornisce aiuti solo a disoccupati, senzatetto e bambini a rischio. Questa è St. Cloud, una città di 70mila abitanti cresciuta del 33% in 30 anni, e dove, nello stesso arco di tempo, gli stranieri sono passati dal 2 al 18%. Che tradotto in numeri significa passare da 1.400 a 12.600. Decisamente un bell'incremento che, soprattutto se racchiuso in appena tre decadi, può stravolgere anche la più tranquilla delle città di provincia.

Grazia De Vincenzis

Giornalista con 25 anni di attività nel mondo dell’informazione cartacea, digitale e radiofonica.

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